Raid nella Cappella della Maternità di Monteluce, sfregiata opera di Gerardo Dottori

L’opera non è forse tra le più eclatanti del maestro perugino. Ma è carica di significati che si legano al luogo di sofferenza e di cura: simboleggia perfettamente l’attenzione e – sulla scorta della religiosità popolare – la protezione della Vergine verso i malati

Al peggio non c’è limite: sono riusciti a forzare i chiavistelli e a penetrare all’interno della Cappella dell’ex Policlinico “Salus infirmorum” (“Salvezza dei malati”, uno degli appellativi della Vergine) arrecando danni agli arredi, imbrattando l’altare di cera rossa (a simulare sangue?), dando fuoco a un messale e, soprattutto, danneggiando la pittura murale di Gerardo Dottori. “Che si tratti di vandali è abbastanza evidente. Niente messe nere o amenità del genere: quanti si gingillano in queste diavolerie – dice un esperto – non avrebbero lasciato le cose così in disordine. Ma avrebbero continuato i loro sporchi rituali nel silenzio, continuando a fruire del luogo per le loro incursioni notturne”.

L’opera, limitatamente danneggiata, fu commissionata a Dottori in occasione di uno dei tanti ampliamenti dell’ospedale. I soldi erano stati concessi dal duce anche il relazione alla vicinanza della Cappella con la clinica ostetrica ginecologica. Com’è noto, la campagna demografica espansiva del regime contava molto anche sull’intersezione del partito con la religione. E il Corcordato ne era un tangibile riflesso. Anche se il periodo bellico non incoraggiava più di tanto la nascita di nuove bocche da sfamare, col razionamento dei viveri (la cosiddetta “tessera annonaria”) in corso. Comunque Dottori lavorò da luglio 1942 al gennaio 1943, non più di sei mesi (ma facendo, nel contempo, anche dell’altro), per la decorazione della cupola e della parete di fondo. Sulla facciata è raffigurata la Madonna col Bambino con ai piedi due angeli che sorreggono la Porziuncola, dentro la quale sta entrando una teoria di frati e di malati. Nella calotta stanno quattro santi con relativi attributi: S. Antonio da Padova col giglio e il libro. San Vincenzo de’ Paoli con un bimbo in braccio e con ai piedi i poveri e i malati da proteggere. Non poteva mancare l’icona francescana del Santo Serafico che protegge un malato ed ha vicino il lupo. Infine, Sant’Anna e la Vergine da piccola. Il tutto inserito in un paesaggio aeropittorico, secondo il costume dottoriano.

L’opera non è forse tra le più eclatanti del maestro perugino. Ma è carica di significati che si legano al luogo di sofferenza e di cura: simboleggia perfettamente l’attenzione e – sulla scorta della religiosità popolare – la protezione della Vergine verso i malati.

Tanti i perugini che, in attesa del parto della moglie nella vicina Maternità, sono andati in Cappella per una preghiera, un cero, una speranza. E vi hanno portato fiori alla conclusione del lieto evento. Oggi, il cinismo e l’inettitudine dei contemporanei riesce a fare strame di arte e tradizione. Ma l’amore per l’arte, la cultura, la storia, l’identità della civitas perusina, alla fine, prevarranno.

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