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Cronaca

Omicidio Cenerente, dopo 4 anni di indagine "stanata" la basista: tutta la vicenda

In mattinata gli uomini della Sezione “Reati contro la persona” della Squadra Mobile, si sono presentati a casa della Perdoda disponendo il suo immediato arresto ed il successivo trasferimento a Capanne

Dopo 4 anni, e una lunga indagine, è finita in manette la donna che aiutò gli assassini di Sergio Scoscia e Maria Raffaelli. Era la notte tra il e il 6 aprile 2016, quando nell'abitazione di Cenerente dove abitavano madre e figlio si consumò uno de delitti più efferati mai visti in Umbria. Le vittime vennero, infatti immobilizzate e colpite più volte con un martello. In base a una prima ricostruzione dei fatti, apparve subito certo che gli autori del duplice delitto si fossero introdotti nell’abitazione attraverso una finestra presente sul retro del fabbricato impiegando una scala ed una sedia.

La cattura della “basista” - In mattinata gli uomini della Sezione “Reati contro la persona” della Squadra Mobile, si sono presentati a casa della Perdoda e le hanno notificato il provvedimento esecutivo della Procura Generale presso la Corte di Appello di Perugia, con il quale è stato disposto il suo immediato arresto ed il successivo trasferimento a Capanne, dove la donna dovrà scontare la sua pena della reclusione di 4 anni. E’ stata altresì condannata al pagamento di una multa di 800 euro e alla sanzione accessoria dell’interdizione dai PPUU per anni 5.

L'indagine – Apparve sin da subito evidente come l’indagine si presentasse particolarmente complessa, sia per l’assenza di fonti dichiarative dirette, sia per le cautele adottate dagli ignoti malviventi, che spiegava come si trattasse di persone esperte nella realizzazione di furti e rapine in abitazione, verosimilmente riconducibili, anche in considerazione delle efferate modalità di realizzazione, ad una banda organizzata dedita alla commissione di delitti di tale specie, la cui tipiche modalità operative implicano la complicità di basisti più o meno radicati localmente, per la individuazione degli obiettivi e per la acquisizione delle informazioni funzionali all’organizzazione e all’attuazione dei colpi.

Gli spunti investigativi in tal senso consentivano di intraprendere una pista concreta, una volta scartate le ipotesi alternative, che tuttavia si contraddistingueva da subito per l’elevata reticenza da parte dei soggetti investigati come verosimilmente a conoscenza di fatti rilevanti ai fini dell’indagine nonché per le estreme cautele adottate nelle comunicazioni, da parte dei personaggi via via sottoposti ad intercettazione telefonica.

L’attività investigativa è partita dall’individuazione di una cittadina albanese Perdoda Marjana e di una cittadina rumena Cotta Oana Mihaela, dedite alla prostituzione in località Pantano, località non distante dal luogo di realizzazione del crimine, con le quali, secondo quanto emergeva, la vittima Sergio Scoscia aveva intrattenuto frequentazioni amicali, particolarmente assidue soprattutto con la Perdoda.

Alla luce di ciò l’indagine si è sviluppata attraverso un'intensa e articolata attività tecnica di intercettazione telefonica, ambientale e dei flussi telematici ed informatici, nonché attraverso l’analisi meticolosa dei tabulati telefonici relativi alle utenze via via individuate e del traffico di cella, attività che consentivano di risalire, progressivamente, sulla scorta di elementi convergenti, ai soggetti ritenuti autori della rapina.

Successivamente, l’iniziale reticenza della Cotta e della Perdoda veniva progressivamente superata, a fronte della crescente pressione investigativa, corredata da elementi obiettivi che andavano assumendo concretezza sempre maggiore, sino alla decisiva svolta investigativa, rappresentata dalle dichiarazioni accusatorie rese da Perdoda Marjana sia dinanzi a questa Unità Investigativa che dinanzi al P.M. titolare dell’inchiesta con le dovute garanzie difensive.

In particolare la donna confessava di avere svolto il ruolo di basista nella vicenda in esame, avendo progettato la realizzazione di un furto a casa Scoscia, alla cui materiale esecuzione ella doveva peraltro rimanere estranea, assieme al fidanzato Gjoka Artan, che aveva convissuto con lei per alcuni mesi, nell’abitazione ubicata nella frazione San Sisto di Perugia, ed era poi partito, in tutta fretta, alla volta dell’Albania il 7 aprile, giorno successivo a quello degli accadimenti criminosi, dalla frontiera aera di Perugia Sant’Egidio.

La Perdoda forniva, inoltre decisivi contributi dichiarativi anche con riguardo al coinvolgimento di altri soggetti nella realizzazione delle azioni criminose, in particolare con riferimento ad un cittadino albanese che la dichiarante e il Gjoka avevano ospitato nell’abitazione di San Sisto sino alla prima mattina del 6 aprile, identificato (anche in virtù del riconoscimento fotografico effettuato dalla Perdoda e dalla Cotta) in Laska Ndrec, che risultava essere a sua volta partito precipitosamente per l’Albania il 7 aprile, dalla frontiera aerea di Roma Fiumicino. Forniva indicazioni anche in ordine ad un altro cittadino albanese, dimorante a Roma, giunto all’abitazione della Perdoda la sera del 5 aprile a bordo di una autovettura Ford Focus di colore grigio scuro, corrispondente, per modello, forma e colore, a quella notata da una testimone oculare nei pressi dell’abitazione degli Scoscia, nel corso della notte dei tragici eventi, ed unitosi al Gjoka e al Laska in vista della realizzazione del colpo programmato.

Il terzo uomo, sulla scorta dell’analisi dei contatti telefonici intercorsi con gli altri protagonisti della vicenda, in particolare con il Laska, e dei riferimenti spazio temporali ricavati dal traffico di cella relativo alle utenze telefoniche associate ad un apparecchio cellulare che risultava essere nella sua effettiva disponibilità, veniva univocamente individuato in Gjergji Alfons. Va precisato che, per l’intera attività investigativa, questa Squadra Mobile è stata collaborata da personale del Servizio Centrale Operativo, del Servizio Polizia Scientifica di Roma e Perugia e da personale del locale Compartimento di Polizia Postale.

Il processo e le condanne - All’esito del processo a carico degli imputati, la Prima Sezione della Corte di Cassazione confermava le condanne già comminate a carico di Laska e di Gjoka: conferma dell’ergastolo per il primo, il cui DNA era stato trovato sotto le unghie di una delle vittime, e riduzione dell’ergastolo (in primo grado) a 20 anni di reclusione per il secondo, “palo” del gruppo. Veniva altresì confermata la pena di 4 anni di reclusione per la Perdoda, “basista” e “mente” del sodalizio: fu lei ad indicare l’obiettivo da colpire, essendo a conoscenza della disponibilità, da parte delle vittime, di un ingente quantitativo di oro e preziosi custoditi in casa. E’ di qualche giorno fa la conferma, anche per il terzo componente del commando criminale, Gjergjiil quale, a differenza degli altri, non aveva optato per il rito abbreviato, della pena dell’ergastolo.

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