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Caso Marra, confronto in aula tra Bindella e il testimone: “Mai detto di aver fatto una cosa cattiva, né più grande di me"

Si torna nuovamente in aula per il caso della giovane studentessa che da 10 anni, non si hanno più notizie. Confronto in aula fra Bindella e l'amico D'Ambrosio

“Non ho mai detto di aver fatto una cosa cattiva, una cosa più grande di me e di te”. A pronunciare queste parole durante il confronto in aula con il testimone Giorgio D’Ambrosio, è Umberto Bindella, l’imputato per l’omicidio di Sonia Marra, la studentessa pugliese di cui si è persa ogni traccia dal 16 novembre 2006. Oltre dieci anni di misteri, colpi di scena, interrogativi: nonostante per l’accusa ci sia un colpevole, il corpo della povera ragazza non è stato mai ritrovato.

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La Corte d’Assise ha voluto risentire i due testimoni “chiave” della vicenda: dopo Iannaccone, ex fidanzato di Sonia, oggi è stata la volta dell’amico poliziotto di Bindella, Giorgio D’Ambrosio. Tutto corre sul filo di quei pochi, preziosi minuti di conversazioni telefoniche avvenute fra i due a ridosso della scomparsa di Sonia.

Siamo a quel maledetto 16 novembre di quasi undici anni fa. Il telefono di Sonia, ad un certo punto risulterà irraggiungibile. Per sempre. Il 18 novembre, secondo quanto ricostruito dall’accusa, D’Ambrosio sa che Bindella è stato sentito dai carabinieri in merito alla scomparsa della ragazza.

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“Sapevo della scomparsa di Sonia prima che Umberto andasse dai carabinieri”- ha riferito oggi in aula. “Mi disse che aveva fatto una cosa cattiva”. Quando? Il giorno prima? Parlando a proposito della ragazza scomparsa? D’Ambrosio su questo punto rammenta lacune di memoria: "Non mi ricordo il contenuto della conversazione, ma solo la parte finale, e cioè questa frase”.

Frase puntualmente smentita da Bindella, durante il confronto in aula dinanzi alla Corte D’Assise del tribunale di Perugia: “Non ho mai pronunciato queste parole riferibili alla scomparsa di Sonia, posso aver utilizzato altre frasi di circostanza che in situazioni di stress o pressione, si possono pronunciare, come la parola casino. Ma nego di aver pronunciato parole come cosa cattiva, o più grande di me e di te”.

Alle 13.55 del 17 novembre, tra i due ragazzi c’è una conversazione al telefono di qualche minuto: “Ero in pausa pranzo all’università di Camerino ed escludo che abbiamo parlato di Sonia, ancora non ero stato informato della sua scomparsa. Abbiamo chiacchierato del più e del meno”. I giudici a questo punto, chiedono a D’Ambrosio: “alle 13.55 del 17 novembre lei parlò con Bindella di Sonia Marra? Non mi ricordo, risponde. Prima però disse che quelle chiamate attenevano alla scomparsa della ragazza”. E ancora, un’altra chiamata sull’utenza di Umberto da parte dell’amico nella stessa serata del 17 novembre: “Avevo a quel punto saputo della scomparsa e gli dissi che dovevo tenere il telefono libero”.

Sono ancora i giudici a chiedere a D’Ambrosio la conferma di quella frase “chiave”: “Confermo. Mi ricordo bene questa frase, tu (rivolto a Bindella, ndr) eri reticente ed io ti dissi, va bè, non dirmi niente, sono cose tue”. L’imputato: “E’ una cosa fuori dalla realtà”

Il 17 novembre Bindella fu chiamato dai carabinieri, in una delle conversazioni, ci sarebbe stato anche un “rimprovero”da parte di un militare per aver mandato un messaggio a Sonia dopo la sua scomparsa. Ed è a questo punto che il pm Petrazzini chede all’imputato: “Esclude di aver detto in sede di interrogatorio davanti al gip che il casino era riferito a questo rimprovero?”. Ma Bindella non ricorda: “mi dissero che non dovevo prendere iniziative nel contattare Sonia Marra”.

Un mistero lungo dieci anni, a cui si spera di mettere presto la parola fine. In nome della verità, ma soprattutto per la famiglia che chiede una risposta su che fine abbia fatto la loro figlia. Si tornerà in aula il prossimo 2 febbraio. 

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