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Violenze sugli anziani nelle case di riposo, casi in aumento anche in Umbria. "Le nostre proposte per tutelare i pazienti"

Le proposte e le analisi sul fenomeno del maggiore sindacato dei pensionati umbri, lo Spi Cgil

Controlli, trasparenza, accreditamente con il pubblico, formazione del personale: sono queste le proposte dello Spi Cgil che ha lanciato una campagna di informazione per arginare il fenomeno delle violenze sugli anziani, in particolare per coloro che sono ospiti in strutture protette e in case di riposo. Anche in Umbria ci sono state e ci sono indagini in corso per abusi subiti dagli anziani da parte di operatori o gestori.

“Apprendiamo dai mezzi di comunicazione quando si scoprono delle case di riposo lager, con le persone legate ai letti e in condizioni fisiche e igieniche incommentabili – hanno ribadito dal sindacato pensionati - ma anche dei vari gradi di violenza e abuso: maltrattamenti fisici, costrizioni e violenze psicologiche, comportamenti omissivi o carenza di cure, somministrazione di tranquillanti e sedativi agli assistiti per sostenere un’organizzazione del lavoro con pochi addetti”.  Per il sindacato, il problema è dato dal fatto che “c’è anche una imprenditoria priva di scrupoli o infiltrata dalla criminalità organizzata che vede nelle case di riposo l’occasione di ingenti profitti da realizzare attraverso tariffe sproporzionate, minimo trattamento assistenziale, sfruttamento del personale con turni continui e un sovraccarico di lavoro che provoca stress e può sfociare in comportamenti intolleranti e violenti”.

Dunque, per lo Spi Cgil è essenziale in questi casi il controllo pubblico e quello della comunità circostante, e quindi l’apertura di queste strutture all’esterno, perché i casi limite scoperti dai Nas e denunciati dalla stampa dimostrano che c’è un grande vuoto da colmare. “Le prospettive non sono buone: aumenta infatti il numero delle persone anziane e di conseguenza sempre più famiglie non sono in grado di assicurare l’assistenza alla parte più fragile della popolazione – conclude lo Spi - Molti Paesi con problemi meno rilevanti o analoghi al nostro hanno risposto integrando le funzioni svolte dalle famiglie con lo sviluppo dei servizi e la disponibilità di risorse pubbliche. In Italia, invece, si agisce all’inverso, si riducono servizi e risorse e si fa appello alla famiglia perché funzioni da ammortizzatore sociale e supplisca all’arretramento delle funzioni svolte dal pubblico”. In questa direzione è necessario anzitutto “educare le persone a riconoscere gli indizi di abuso o anche le situazioni che possono sfociare in un abuso, come nel caso delle persone incaricate di assistere gli anziani che sopportano un carico di lavoro eccessivo”.

Inoltre, la formazione diviene essenziale, così come la definizione di linee guida o protocolli, che supportino gli operatori (medici di famiglia, servizi di pronto soccorso, consultori familiari, assistenti sociali, ecc) a riconoscere gli indizi di abuso e ad adottare le azioni appropriate. In questi casi, inoltre, occorre prestare assistenza sia alle vittime degli abusi che a coloro che li commettono, perché sono spesso anch’essi vittime di una situazione di costrizione.

"Vi è, quindi, un ampio campo nel quale la contrattazione sociale può intervenire, a partire innanzitutto dal rafforzamento e dalla diffusione delle buone pratiche, come i registri delle assistenti familiari, i percorsi di formazione dedicati al lavoro di cura, il sostegno alle famiglie attraverso i servizi e gli interventi economici, l’accreditamento delle strutture residenziali per gli anziani, insieme a norme più stringenti relative alla concessione di autorizzazioni per il funzionamento di tali strutture e la definizione di standard minimi nazionali adeguati".

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