Cancro, una terapia orale per trattare il tromboembolismo venoso: lo studio dell'Università di Perugia

Il New England Journal of Medicine pubblica lo studio internazionale coordinato dal professor Agnelli

Ha il nome di uno dei più grandi pittori di tutti i tempi – Caravaggio – ed è “uno studio che cambia le principali linee guida internazionali”. Una compressa al posto delle iniezioni per trattare il tromboembolismo venoso nei pazienti colpiti dal cancro. Una terapia “meno impegnativa per il paziente”, che permette “una maggiore aderenza al trattamento” per chi è costretto a sottoporsi a trattamenti complessi ed impegnativi come la chemioterapia. Il risultato dello studio internazionale Caravaggio coordinato da Giancarlo Agnelli, professore ordinario di medicina interna e direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina d'emergenza-urgenza dell'Università degli Studi di Perugia, è stato pubblicato dal New England Journal of Medicine, la più antica e prestigiosa rivista di medicina del mondo.

Lo studio clinico, spiega il professor Agnelli, “ha valutato l’efficacia e la sicurezza dell’ anticoagulante orale apixaban rispetto all’eparina a basso peso molecolare, la dalteparina, somministrata per via sottocutanea, nel trattamento del tromboembolismo venoso in pazienti affetti da neoplasia”.

I risultati, prosegue Agnelli, “ampliano la percentuale di pazienti con tromboembolismo venoso associata a cancro candidati al trattamento con anticoagulanti orali, compresi i pazienti con cancro del tratto gastrointestinale, facilitando in maniera sostanziale la terapia anticoagulante in questi pazienti”.

Cancro e tromboembolismo venoso, andiamo con ordine. Come spiega lo studio coordinato dal professor Agnelli, “si stima che circa il 10-20% dei pazienti con tumore vada incontro a un episodio di tromboembolismo venoso (TEV), che si può manifestare come trombosi venosa profonda degli arti inferiori e/o embolia polmonare. L'incidenza di tromboembolismo venoso nei pazienti con neoplasia sembra essere 4-7 volte maggiore rispetto ai pazienti senza neoplasia”.

Il tromboembolismo venoso, viene spiegato dallo studio, “è una delle principali cause di morbilità e mortalità nei pazienti con neoplasia”.

Da qui si passa al trattamento per contrastare il TEV: “In questi pazienti, il trattamento raccomandato prevede l’impiego dell’eparina a basso peso molecolare (EBPM). Tuttavia, la necessità di somministrazioni sottocutanee giornaliere rende la somministrazione di EBPM difficile da utilizzare, ponendo dubbi sulla reale aderenza al trattamento, in particolare nei pazienti oncologici”. Così si è cercato qualcosa di più semplice per aiutare i pazienti. Ma “tentativi fatti con farmaci orali in alternativa alla EBPM hanno evidenziato un eccesso di complicanze emorragiche in particolare a carico dell’apparato gastrointestinale”.

Poi è arrivato lo studio Caravaggio: “Lo studio, coordinato dal Dipartimento di Medicina dell’Università di Perugia – spiega il professor Agnelli - , è il più ampio tra gli studi condotti in questo contesto clinico, avendo arruolato 1170 pazienti oncologici con tromboembolismo venoso in nove Paesi europei, Israele e Stati Uniti”.

Lo studio “ha confrontato l'efficacia di apixaban, somministrato per via orale, rispetto alla dalteparina, somministrata per via sottocutanea, nel trattamento del tromboembolismo venoso nei pazienti oncologici”. I trattamenti, viene spiegato ancora, “sono stati somministrati per sei mesi”, mentre l'intero studio, “dall'arruolamento del primo paziente, è durato 18 mesi”. E ancora: “Il 97% dei pazienti inclusi nello studio era affetto da un tumore in fase attiva al momento dell’arruolamento di cui circa un terzo a livello gastrointestinale”.

Poi sono arrivati i risultati. E la pubblicazione sul New England Journal of Medicine: “Una recidiva di tromboembolismo venoso – si legge nello studio - si è verificata in 32 dei 576 pazienti (5.6%) nel gruppo apixaban rispetto a 46 dei 579 pazienti (7.9%) nel gruppo dalteparina. Un sanguinamento maggiore si è verificato in 22 pazienti (3.8%) nel gruppo apixaban rispetto a 23 pazienti (4.0%) nel gruppo dalteparina”. Va sottolineato che “la somministrazione di apixaban non è stato associato ad un aumento del sanguinamento gastrointestinale rispetto alla dalteparina”. In altre parole: “Lo studio Caravaggio è l'unico studio nel TEV associato a cancro in cui un anticoagulante orale non ha determinato un aumento del sanguinamento gastrointestinale, nonostante l'inclusione di una percentuale sostanziale di pazienti con tumori gastrointestinali”. Ecco la conclusione, con il punto nodale: “I risultati dello studio hanno dimostrato che l'apixaban, somministrato per via orale, è almeno non-inferiore rispetto alla dalteparina, somministrata per via sottocutanea, nel trattamento del TEV associato al cancro. Non è stato osservato alcun aumento del rischio di sanguinamento maggiore con apixaban, in particolare a livello gastrointestinale”.

E si torna ai pazienti: “Questi risultati, modificando le principali linee guida internazionali, ampliano la percentuale di pazienti con TEV associata a cancro candidati al trattamento con anticoagulanti orali, compresi i pazienti con cancro del tratto gastrointestinale, facilitando in maniera sostanziale la terapia anticoagulante in questi pazienti”.

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Ultima nota, il nome dello studio. Il pittore Caravaggio. E non è un caso: “E' una tradizione. Da dieci anni a questa parte – spiega ancora Agnelli – tutti questi studi che hanno come oggetto questa problematica clinica hanno nomi di pittori e grandi artisti. La grande rivalità è tra gli italiani e gli olandesi, in letteratura ci sono lo studio Van Gogh, lo studio Rembrandt. Anche i giapponesi hanno fatto lo stesso, con lo studio Hokusai. C'è anche lo studio Botticelli”. E poi l'anticipazione: “Il nostro prossimo studio, si chiamerà Raffaello”.

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