Il blog di Franco Parlavecchio - Basta con i tifosi della politica: fornite i numeri per capire qual è il conto da pagare

franco parlavecchio-3-2Il calcio è stato fermato ma i tifosi sono sempre in fermento: i soliti fanatici delle curve politiche continuano a scontrarsi fuori da un Parlamento ormai deserto e abbandonato, ridotto a mero notaio del Governo. Neanche il dolore di migliaia di famiglie ci sta insegnando quel senso di responsabilità e solidarietà di cui avrebbe bisogno il nostro Paese. La paventata unità nazionale nei momenti di crisi, di una regia condivisa a livello nazionale e regionale di questo grave momento, è solo una lontana utopia. La colpa è degli interpreti e dei loro sudditi.

Su questo l’atteggiamento del Presidente Conte non ha aiutato. Inappropriato approfittare del suo ruolo di Presidente, in un luogo che non sia il Parlamento, per attaccare l’opposizione; è stato irrituale e privo di senso istituzionale. Il premier è pur sempre una figura di garanzia. E se Conte fosse stato ancora il Presidente del Consiglio di un governo con Salvini e Di Maio, sarebbe ancora idolatrato da quelli che fino a poco tempo fa lo consideravano un fascista o rispettato da coloro che adesso lo insultano? Magari avremmo invertita la curva del tifo.  

Si lascia troppo poco spazio anche al tema della sospensione delle garanzie costituzionali con un progressivo svilimento della nostra democrazia parlamentare. L’ha ben spiegato il Giudice della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri, voce autorevole che ha messo in dubbio la compatibilità delle misure eccezionali a tutela della collettività con i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione. Quella Costituzione troppe volte brandita a seconda delle convenienze ma che viene sospesa per far prevalere mezzi autoritaristici molto più fascinosi.

Ancora più efficace, ma ignorato, è stato l’intervento del grande costituzionalista Cassese sull’uso pasticciato dei decreti e sull’esclusione degli organi di garanzia dello Stato rispetto alle scelte fondamentali. Questa voglia di travalicare le regole, con la claque urlante che annuisce, dimostra che la ricerca del leader a tutti i costi è una nostalgia che non riusciamo a staccarci di dosso e che persiste culturalmente troppo diffusa. In questo momento basterebbe un po’ di umiltà nel riconoscere che sono stati fatti degli errori evidenti e che è il momento di gestire questa fase insieme.

Ora abbiamo solo bisogno di capire, di sapere, conoscere la verità. Quale sarà il nostro futuro e quanti debiti dovranno pagare le nostre future generazioni per gli impegni che ci stiamo prendendo adesso. Qui nessuno è esperto di Mes o di Eurobond: le interpretazioni possono essere anche politiche ma i conti non si possono mistificare. Il problema è adesso ed ora va affrontato. Ricordandoci che la nostra crisi economica non nasce con il Covid 19.

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Dobbiamo averlo presente soprattutto perché, con i conti in rosso che attanagliano il nostro Stato, sarà ancora più difficile affrontare le fasi successive. Abbiamo davanti a noi il rischio di un vero e proprio scontro sociale per la sopravvivenza delle singole persone. L’unica vera risposta è la concretezza. Guardiamo alle Regioni.  In Lombardia ci sono stati troppi problemi di gestione, meglio in Emilia Romagna; ma il Veneto ha dimostrato di aver saputo organizzare l’emergenza meglio delle altre. Tuttavia, se la classe politica continua ad essere così distante dai problemi reali, si corre il rischio di ulteriori estremismi o di diventare preda delle organizzazioni criminali. Forse sarà il caso di mettere democraticamente i piedi per terra.
 

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