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Le baby squillo dell'Umbria, nella lista anche i dipendenti di un’agenzia di pompe funebri

Si allarga l'inchiesta sulle baby squillo dell'Umbria. Le risposte arrivano direttamente dai cellulari delle giovani minorenni che vendevano il loro corpo anche in cambio di ricariche telefoniche

Dopo il caso delle baby squillo dei Parioli a Roma, un altro caso di cronaca sta sconvolgendo l’opinione pubblica. Un’inchiesta che sembra celare numerose “sorprese” e che accende i riflettori su un mondo che sembra impensabile esistere. I tre cellulare delle giovanissime minorenni prostitute stanno, infatti, dando delle risposte a tante, troppe domande. Una delle più importanti: chi erano i clienti?

E così a finire nell’indagine anche due  dipendenti di un’agenzia di pompe funebri di Spoleto. A finire nei guai anche la mamma di una delle ragazze che avrebbe accompagnato le giovani baby squillo nella casa di alcuni clienti. La donna sarebbe anche la madre di un bimbo di due anni ed è per questo che il legale ha chiesto, l’avvocato Sandro Ciliani, ha chiesto il trasferimento in una struttura protetta.

I fatti - Le ragazzine erano tutto consenzienti perché interessate ad arricchirsi. Sesso in cambio di   denaro, telefonini, ricariche, gratta e vinci, bracciali. In alcuni casi le giovani che, dopo il primo incontro selezionavano i clienti per le future eventuali prestazioni, sottoscrivevano una sorta di contratto con tanto di stipendio fisso: sui 500 euro al mese più regaletti vari. Per il momento solo tre clienti sono stati "fermati": per 78, un  70 e un 66 anni, il giudice ha invece disposto la misura di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle ragazze. A loro viene contestata l'induzione alla prostituzione. Ma rischiano almeno un altra quindicina: sono al vaglio le posizioni di alcuni spoletini che erano a conoscenza della giovane età delle ragazze.

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