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Cronaca

"Mi hanno hackerato il profilo, quelle frasi non le ho scritte io": assolta

Confermata la decisione anche in appello, ma cambia la formula: tardività della querela

L’imputata è stata assolta, ma la formula è sbagliata, perché si tratta solo di tardività della querela (una sorta di prescrizione del reato).

Una donna è finita sotto processo con l’accusa di diffamazione a mezzo internet, venendo assolta “per difetto di adeguata prova circa la rinconducibilità alla stessa di post pubblicati sulla propria bacheca Facebook tra il 2016 e il 2018”, ma per i giudici della Corte d’appello “va riformata, in quanto emerge una estrema labilità probatoria del dubbio evocato a suffragio dell'assoluzione”.

Secondo i giudici di secondo grado “le dichiarazioni dell’imputata, che asseriva di essere stata vittima di una abusiva utilizzazione del proprio profilo Facebook” non sarebbero state documentate in maniera esaustiva e “la circostanza che l’imputata, pur disconoscendo il contenuto dei post offensivi, confermava di essere ancora titolare di quel profilo asseritamente ‘hackerato’ integra di per sé un comportamento non del tutto spiegabile da parte chi abbia avuto a dolersi dell’abusiva utilizzazione da parte di ignoti proprio di quel profilo”.

In tutto questo, però, essendo stato accertato che “l'effetto diffamatorio dei post” risale al 2016, “per tali fatti va dichiarato non doversi procedere per difetto di tempestiva querela”.

Per quanto riguarda i post risalenti al 2018, invece, “seppur non privi di sgradevoli apprezzamenti personali, non superano del tutto il dubbio circa un’intenzionalità soltanto di tipo critico da parte della loro autrice, imponendo ciò una assoluzione” sulla base della causa di giustificazione conseguente all’esercizio di un diritto.

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