Domenica, 26 Settembre 2021
Cronaca

La figlia è malata, ma tolgono le armi al padre, per i giudici del Tar "è illogico"

Per i giudici amministrativi anche i due episodi di crisi della figlia non possono essere utilizzati per valutare le condizioni del genitore

La figlia sta male ed è seguita dal servizio di sanità mentale, ma tolgono le armi e la licenza di caccia al padre.

L’uomo, difeso dall’avvocato Ubaldo Minelli, si è rivolto al Tribunale amministrativo per chiedere l’annullamento del provvedimento ritenuto eccessivo e illogico.

Prefettura e Questura di Perugia hanno vietato all’uomo “di detenere armi e munizioni” e revocata “la licenza di porto di fucile per uso venatorio”. Alla base della decisione “la difficile situazione familiare dell’odierno ricorrente, la cui figlia convivente è già da diversi anni in cura per gravi patologie (disturbi del comportamento alimentare e depressione)”. A far propendere per il divieto erano stati due “interventi effettuati dai Carabinieri, nell’ultima occasione insieme al personale del 118, presso l’abitazione del ricorrente a causa del forte stato di agitazione, con reazioni aggressive e violente, in cui si trovava la figlia del ricorrente probabilmente a causa dell’ingestione di sostanze alcoliche in associazione con i farmaci assunti per la cura delle patologie di cui è affetta”. Da qui la considerazione che l’uomo non potesse più essere “considerato affidabile rispetto alla detenzione delle armi” e che non offrisse “adeguate garanzie” sulla possibilità che la figlia potesse impossessarsi delle armi e utilizzarle.

Il collegio giudicante ha ritenuto illegittimi “i provvedimenti impugnati” perché “non è dato comprendere, in base a quali elementi, alla luce degli episodi riferiti, l’amministrazione abbia raggiunto la conclusione che il sig. ... non sarebbe più affidabile rispetto alla detenzione delle armi e non offrirebbe le dovute garanzia, anche per il futuro, sulla base di un giudizio prognostico, di non abusare delle stesse”.

Le condizioni di salute della figlia e “le due crisi verificatesi”, secondo i giudici, “non consentono di spiegare in alcun modo la valutazione di inaffidabilità rispetto all’uso delle armi” da parte dell’uomo. Il collegamento tra le due cose, scrivono i giudici, appare come “un salto logico ... del tutto irrazionale ed arbitrario”: se la figlia sta male, non si deve valutare la capacità del padre, in altre parole.

Da qui l’accoglimento del ricorso e la condanna di Prefettura e Questura al pagamento delle spese processuali.

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