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Appaltopoli-bis, è il giorno dell'Accusa: chiesta la condanna dei manager della Provincia

Nelle precedenti udienze il giudice Maria Rita Berardi aveva deciso di introdurre 13 intercettazioni che nel primo grado non erano state ammesse come prove

Appaltopoli torna di nuovo in aula per l'Appello. Oggi è stato il giorno del sostituto procuratore generale Dario Razzi, il quale, dopo una lunga requisitoria, ha chiesto tre anni di reclusione per Fabio Patumi, Maria Antonietta Barbieri e Adriano Maraziti. Chiesti invece un anno e mezzo di reclusione per Massimo Lupini e Carlo Carini. Nelle precedenti udienze il giudice Maria Rita Berardi aveva deciso di introdurre 13 intercettazioni che nel primo grado non erano state ammesse come prove.

Motivazioni sentenza primo grado - Testimonianze, attività investigativa e incrocio dei dati. Sono questi gli elementi che permisero alla Corte, presieduta allora dal giudice Cenci, di sciogliere il nodo dell'aggrovigliata matassa. Ed è così che la testimonianza di Maria Antonietta Barbieri, ammessa come prova in sede dibattimentale, ebbe una valenza significativa: “La donna alla individualizzazione – come scritto sulla motivazione della sentenza – delle ditta da individuare nelle gare a trattativa privata ha, infatti, affermato che l'elenco in cui erano riportate le ditte non era predisposto dai pubblici funzionari incaricati, ma esclusivamente da un privato imprenditore che solitamente lo spediva presso gli uffici a mezzo fax”. Ma la domanda è: chi si trovava in quegli elenchi? A parlare di questa “lista magica” furono Mariotti e Broganelli, imprenditori finiti in mezzo alla turbolenta vicenda, che riferirono di una “previa programmazione” a tavolino degli imprenditori che, nell'ambito di un sistema corruttivo avrebbero, a turno, scelto le gare d'appalto.

La responsabilità della Provincia - Per i giudici non ci furono dubbi. Il coinvolgimento di alcuni funzionari pubblici esisteva eccome. La prova era da ricercare sui provvedimenti amministrativi emessi e sulle testimonianze dei co-imputati. Coinvolgimento non sempre dimostrabile. Un sistema omertoso che, non permise, fino in fondo di far luce forse sulla vicenda. I nomi che vennero maggiormente battuti furono quelli di Massimo Lupini (direttore tecnico della Seas spa) e Fabrizio Mezzasoma (rappresentante della Emmegi) che, sempre con il benestare dei dipendenti della Provincia di Perugia, riuscirono ad aggiudicarsi anche le gare sulla manutenzione del manto stradale. Tutti gli elementi fattuali acquisiti dall'accusa permisero, infatti, secondo i giudici, di provare lo sconcertante scenario ipotizzato sin dall'inizio dal pm Manuela Comodi.

Appalti strade - Per ciò che concerne, invece, la cosiddette vicenda degli spezzettamenti, le strade che furono interessate da un sistema illecito furono solo la Pievaiola e l'Eugubina – Pian d'Assina. In questo caso le gare vennero vinte dall'azienda di Baldelli che ammise di aver sempre pagato per vincere gli appalti.

Associazione a delinquere - E ancora, un sistema marcio e malato fin nel profondo che, secondo i giudici del primo grado di giudizio, riuscì a muovere i suoi tentacoli in maniere disinvolta. Appalti, appalti e ancora appalti. E' questa la parole d'ordine per chi, tra i tanti, come Maria Antonietta Barbieri, Adriano Maraziti, Massimo Lupini e Fabio Patumi, tiravano le fila di un sistema ben congegnato. Più che un concorso di reati, ai giudici apparve come un “sodalizio criminoso” che si sintetizzava in un'associazione a delinquere. Un accordo vero e proprio tra corrotti e corruttori. Un'associazione, quindi, finalizzata alla commissione “seriale” di plurimi reati di corruzione e di turbativa d'asta, il tutto organizzato tra addetti al controllo della indizione delle gare connessi ai privati concorrenti.


 

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