Angolo del Dónca. Fra i santi perugini inventati, spicca Santa Pupa, protettrice dei bambini in pericolo

In ambienti di più marcata religiosità si ringrazia l’Angelo Custode. Ma, in contesto rurale, la santa era fra le più menzionate.

ANGOLO DEL DÓNCA. Fra i santi inesistenti, uno dei più nominati è Santa Pupa, protettrice dei bambini (disegno in pagina di Marco Vergoni). Quando un bambino corre un serio pericolo e si salva – come si dice – “per il rotto della cuffia”, è usuale sentire l’espressione “Cià penzato Santa Pupa”. In ambienti di più marcata religiosità si ringrazia l’Angelo Custode. Ma, in contesto rurale, la santa era fra le più menzionate.

Al contrario, anziché invocarne la protezione, a volte – davanti ai capricci insopportabili di un bambino fastidioso – si pronuncia la battuta: “Cià colpa Santa Pupa che n t amazza!”. Da dove viene questa fantomatica protezione e, soprattutto, quale l’origine del nome della Santa che sarebbe inutile cercare nel calendario o nel martirologio cristiano? Molto probabilmente quel nome deriva dalla vicinanza di “bambino” con la “pupa”, o bambola. Non è infatti raro sentire, per definire un bambino, il termine di “pupo/pupetto”, specie in àmbito romanesco.

A completare il quadro, si può ricordare che Santa Pupa era anche il nome di un castrum medievale oggi diroccato, ma un tempo noto per le capacità “difensive”. C’è chi sostiene che la santa fosse una trasformazione in senso cristiano di una o più divinità pagane. Certo è che i poeti romaneschi l’hanno a più riprese celebrata. Il Belli la nomina nel sonetto “Senza de lei, Dio sa li cascatoni!”. Per parte sua, Trilussa amava tenere nel suo studio un ritratto (naturalmente, inventato) della santa. È conservato al Museo di Roma in Trastevere. La santa (definita “vergine e martire”) è ritratta con aria furbesca e complice. Come a significare la sua complicità con le birbonate dei ragazzini.

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Termine perugino, collegato a Santa Pupa, è “pupatt(o)lo”, documentato da Ruggero Orfei, sinonimo di “bucciotto”, che è poi il maschile di “buccia”, parola sta per “bambola di pezza riempita di stracci o segatura”.

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