Martedì, 19 Ottobre 2021
Cronaca

Delitto Kercher, Amanda accusa (di nuovo) gli investigatori: "Costretta a mentire"

Knox scrive un lungo tweet: "Mi hanno fatto accusare il mio capo. Non hanno creduto a quanto dicevo. Volevano che confessassi ciò che non ho fatto"

Amanda Knox torna a parlare della sua vicenda giudiziaria e racconta (ancora) degli “abusi” che ha subìto da parte degli investigatori, pressioni e interrogatori snervanti per farle confessare di essere sul luogo del delitto e per far incolpare persone innocenti. Anzi, afferma che il coinvolgimento di Patrick Lumumba (accusato falsamente e completamente scagionato prima del processo) sia stato architettato proprio dagli investigatori.

In un lungo tweet la statunitense arrestata e processata per l’omicidio della studentessa, e coinquilina, Meredith Kercher, spiega come la polizia, in tutto il mondo, utilizzi tecniche psicologiche per far confessare. Più che tecniche, però, si tratterebbe di violenze vere e proprie, studiate da uno psicologo che l’ha contattata per farsi raccontare la sua esperienza.

“Le persone spesso presumono che il momento peggiore della mia vita sia stato il primo verdetto di colpevolezza, in cui sono crollata in aula – scrive Amanda - O che niente potrebbe essere peggio di quegli anni intrappolati in una cella. Hanno torto. Il momento peggiore della mia vita è stato il mio interrogatorio”.

Amanda Knox racconta che all’epoca aveva 20 anni ed era a “3000 miglia da casa, la mia amica era appena stata uccisa (le altre coinquiline hanno sempre raccontato che Amanda e Meredith erano tutto meno che amiche), l'assassino era a piede libero e parlavo italiano forse come un bambino di dieci anni. Ero confusa e spaventata”.

E proprio di questa condizione, dice Knox, avrebbero approfittato gli investigatori: "In quello stato, un gruppo di adulti esperti mi ha interrogato senza un avvocato per 53 ore per 5 giorni in una lingua che riuscivo a malapena a parlare. E mi hanno mentito ripetutamente. Mi hanno detto che ero un testimone, che li stavo aiutando. Una bugia – scrive Amanda - Mi hanno detto che Raffaele aveva smentito il mio alibi. Una bugia. Hanno detto che avevano prove che mi mettevano sulla scena del crimine quella notte. Una bugia”.

Amanda Knox afferma che gli investigatori “si sono rifiutati di credere alla mia semplice e vera storia che ero stato a casa di Raffaele quella notte. Che non sapevo niente”, ma volendo che confessasse ad ogni costo “si sono impegnati in una campagna implacabile di bugie e gaslighting (manipolazione violenta e subdola, ndr). Mi hanno isolato e reso vulnerabile”.

Knox racconta che le avevano intercettato il telefono e “sapevano che mia madre sarebbe arrivata in Italia il giorno dopo, che presto avrei avuto un adulto a proteggermi. Fu allora che decisero di spezzarmi. Avevano registrato tutte le precedenti ‘interviste’ (interogatori, ndr) ma, convenientemente, non l'ultima sessione – si legge nel tweet - Mi hanno tenuta sveglia durante la notte. Mi hanno detto che avevo un'amnesia, che ero così traumatizzato dagli eventi a cui avevo assistito, che li avevo repressi. Mi hanno gridato di ricordare, ricorda! Mi hanno schiaffeggiato. Il mio telefono stava squillando sul tavolo - era mia madre, era arrivata in Italia - e non mi hanno permesso di rispondere. ‘Eri lì’, hanno detto. ‘Se ti ricordi, andrà tutto bene’”.

Ed è stato a quel punto che gli investigatori hanno trovato “un messaggio di testo sul mio telefono che avevo inviato al mio capo, Patrick Lumumba. Mi aveva concesso la notte di ferie quel giorno in questione e gli avevo scritto, nel mio italiano stentato: ‘Ci vediamo più tardi. Buona serata’ – scrive Amanda -

Questo è stato il mio tentativo letterale di scrivere: ‘Ci vediamo dopo. Buona notte’. Questa parola inglese non esiste in italiano. I poliziotti lo interpretarono come un appuntamento letterale che stavo prendendo per vederlo più tardi quella sera”.

Le pressioni sono aumentate, racconta Knox, con gli investigatori che chiedevano chi dovesse incontrare, di ricordare, di dire la verità. “Mi hanno fatta sentire pazza. Come se non potessi fidarmi dei miei pensieri, dei miei ricordi. Ho iniziato a credere a loro, che avevo un'amnesia, che avevo assistito a qualcosa di orribile – prosegue il messaggio - Hanno scritto una dichiarazione per me, una dichiarazione confusa e contraddittoria, che ha coinvolto il mio capo Patrick, e mi ha messo sulla scena del crimine. Tremante e stanca fino alla sottomissione, l'ho firmato”. Ed è così che Lumumba entra nella vicenda, da innocente.

Amanda racconta che gli investigatori erano raggianti per il successo: “Si sono congratulati a vicenda e sono corsi ad arrestare il mio capo. Sono stata gettata in una cella. Ore dopo, ho ritrattato quella dichiarazione, ho detto che non potevo sostenerla, che ero confusa, che era tutto un guazzabuglio. Mi hanno ignorato”.

Per Amanda il caso era semplice e gli investigatori avevano davanti agli occhi il colpevole: “Tutto questo prima che le prove forensi illuminassero il caso. Quando lo ha fatto, due settimane dopo, ha indicato un unico colpevole, Rudy Guede, il cui DNA era all'interno e sul corpo di Meredith Kercher. Le cui impronte sono state lasciate nel suo sangue – scrive Amanda - Guede era stato persino arrestato pochi giorni prima per aver fatto irruzione in un luogo per svaligiarlo, e fu scoperto che portava un coltello. Ma invece di ammettere di aver sbagliato, le autorità hanno proseguito. Hanno distorto tutte le prove disponibili per adattarle alla dichiarazione incoerente che mi avevano costretto a firmare. Quella ‘falsa ammissione’ è stata cruciale in entrambe le mie condanne di colpevolezza. e per anni ho incolpato me stesso per quello che è successo quella notte”.

Amanda in un primo momento ha sempre dato la colpa al suo italiano, “troppo povero, mi sono detta. Non sono riuscitoaa spiegarmi bene. È stata colpa mia se mi hanno frainteso quando ho detto loro la verità. E anche loro me ne hanno incolpato, condannandomi per calunnia contro il mio capo, il cui alibi ha dimostrato l'incoerenza di quella falsa ammissione”. Poi qualcosa è cambiato, per ammissione di Knox, quando si è resa conto che quello era il “momento peggiore della mia vita. In quel periodo ero più terrorizzata, più confusa … distrutta dalla polizia che mi mentì senza sosta per ottenere una confessione”.

Dopo la prima condanna (la Cassazione ha assolto in via definitiva Amanda Knox e Raffaele Sollecito, Rudy Guede sta finendo di scontare 16 anni, ma ha ottenuto la semilibertà), “sono stata contattata da uno psicologo di New York di nome Saul Kassin. Mi ha chiesto di scrivere tutto quello che potevo ricordare del mio interrogatorio e di inviarglielo – conclude Amanda - L'ho fatto e solo allora mi ha inviato le sue ricerche. Sono rimasto scioccata nello scoprire che quello che mi era successo era comune. La polizia di tutto il mondo usa tecniche simili per abbattere i sospetti, ma queste tecniche producono false confessioni. All'improvviso non mi sono più sentita sola. Non mi sentivo più come se quell'interrogatorio fosse andato storto a causa mia. Ho capito che sin dall'inizio non avevo alcun potere in quell'equazione, che la polizia aveva il controllo. Che la polizia aveva abusato della loro autorità a danno di tutti, della mia, di Raffaele, della famiglia Kercher”.

Adesso Amanda Knox ha “la consapevolezza che non ero pazza, che non ero in colpa per quello che era successo durante quell'interrogatorio e che non ero sola nella mia sofferenza” ricordando che nello Stato di New York si sta discutendo una legge per vietare alla polizia queste tecniche di interrogatorio perché produce false confessioni sulla base del principio che nessuno direbbe mai qualcosa di falso quando interrogato e che “solo un criminale mentirebbe”.

“Credimi, anche tu puoi sentirti pazzo – conclude Amanda Knox - Anche tu puoi essere distrutto dalla polizia. Anche tu potresti essere costretto a implicare te stesso o un altro. E non sarebbe colpa tua”.

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