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La storia dello splendido affresco "La Ruota della Fortuna" al Museo Archeologico dell'Umbria

L’affresco, interessante e a prima vista enigmatico, è incluso nella parete di uno dei locali che ospitano l’esposizione di preziosi reperti. Probabilmente, in origine, era stato concepito con lo scopo di invitare i frati alla preghiera e alla meditazione

Straordinaria conferenza al Museo archeologico Nazionale dell’Umbria, dove  la giovane studiosa Veruska Picchiarelli – introdotta dalla direttrice Luana Cenciaioli – ha illustrato lo splendido affresco della “Ruota della fortuna”. Opera databile intorno al 1370, sulla base di elementi storici e iconografici.

L’opera è stata realizzata nel braccio sud est all’interno di una cella, probabilmente del priore, e include il Cristo nella condizione di “vir dolorum”. La ruota a otto raggi è collegata alla presenza della figura femminile di Fortuna, a occhi chiusi, con in mano un ramoscello e il flagello, a simulare la condizione di buona e cattiva sorte. Non è un caso che, in lingua latina, Fortuna valga “sorte”, che può essere indipendentemente definita dagli aggettivi “bona” o “mala”.

La dea muove la ruota cui sono aggrappati sei personaggi, metà capra e metà uomo. La rappresentazione tutta umana o tutta caprina è legata alla condizione positiva (in alto) o negativa (alla base). Le posizioni intermedie sono espresse da un mix di ferino e umano. Attorno si notano gruppi di  astanti con flagello e randello, oltre a musici e saltimbanchi. La leggibilità non è ottimale, ma consente di cogliere distintamente gli elementi connotativi del dipinto.

L’affresco, interessante e a prima vista enigmatico, è incluso nella parete di uno dei locali che ospitano l’esposizione di preziosi reperti. Probabilmente, in origine, era stato concepito con lo scopo di invitare i frati alla preghiera e alla meditazione.

Le aste che s’intravvedono nella parte superiore alludono, verosimilmente, al compasso, retto da dio in persona, come grande architetto dell’universo. Ed è certamente interessante la commistione di elementi della cristianità con quelli del mondo pagano.

Il murale è sopravvissuto ai vari utilizzi cui fu destinato l’edificio: requisito alla fine del XVIII secolo dalle truppe francesi, poi di nuovo ai domenicani e, ancora, al Comune, all’esercito, come caserma, e, dopo la seconda guerra mondiale, di nuovo all’Amministrazione comunale, per divenire attuale sede del MANU. L’opera, fin qui ignorata dai più, è meritevole di attenta considerazione, anche in forza dei valori simbolici dei quali è intrisa. E siamo certi che, d’ora in poi, i visitatori del Museo avranno una buona ragione per osservarla.

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