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La star mondiale della scultura a Perugia: workshop di Beverly Pepper all'Accademia

Beverly Pepper, splendida novantacinquenne, una delle maggiori scultrici del mondo, viene all’Accademia di Belle Arti e racconta la propria visione del mondo

Beverly Pepper, splendida novantacinquenne, una delle maggiori scultrici del mondo, viene all’Accademia di Belle Arti e racconta la propria visione del mondo. È nella Vetusta dopo un workshop (coadiuvata da Michele Ciribifera e Antonio Buonfiglio) tenuto a favore di 12 allievi dell’Aba, sul ripristino dell’opera che decide di donare all’Accademia Vannucci. Si tratta del formato ridotto di “Ascensione”, bozzetto dell’opera monumentale allestita nella città Serafica.

L’opera verrà presentata venerdì, in occasione dell’Inaugurazione dell’anno accademico, ma la Pepper è venuta stamattina per decidere dove collocare quel bozzetto di circa un metro e mezzo. Esordisce con la propria dichiarazione di poetica: “Nelle mie opere cerco di mettere la continuità del tempo”. Aggiunge: “Il senso del tempo si trova qui in Italia, non altrove. Negli Usa è vecchio un manufatto di vent’anni”. Sarebbe il caso di ricordare la raccolta di Ungaretti, “Sentimento del tempo”. E spiega che ben fortunati sono gli allievi dell’Aba ai quali è concesso di fruire, in contemporanea, di frammenti di arte, storia e civiltà che si dipanano dal Quattrocento ad oggi. E tutti in sinergia. “Così – rimarca – possono godere di un inedito senso della prospettiva”. Perché “il presente non basta”.

Esemplifica, citando la Rocca Paolina in cui convergono il passato storico e il presente, con ardite proiezioni nel futuro. “Il tempo – dice – dovrebbe costituire materia d’insegnamento nelle scuole”. “Ad esempio, a New York, il tempo non è lo stesso che qui”. Definire il tempo?, azzarda il cronista. Ardua questione. S. Agostino diceva “Il tempo? Se nessuno me lo domanda lo so. Se voglio spiegarlo, non lo so più”. Tempo, forse, come frammento o come prezzo per l’eternità. Forse solo attraverso il tempo si vince il tempo, dice Eliot.

Alla domanda “Come lavora?”, risponde: “Sono io stessa curiosa della mia creatività. Nel lavoro artistico occorre abbandonare la parte razionale e seguire il dàimon che abbiamo dentro”. Interrompe il cronista: “È stato detto ‘L’artista crea, poi comprende… qualche volta!’. Lei è d’accordo?”. La Pepper s’illumina e annuisce convintamente, spiegando che lei lavora con la nuca, all’ombra di se stessa. Spiega: “Devi fare le cose che non conosci e imparare a guardare, operando con l’occhio, non col cervello”. E apprezza la citazione del detto perugino “rubà con l’occhio”, riferito agli apprendimenti che si dipanano dalla bottega d’arte rinascimentale, fino ai mestieri e alla pedagogia del quotidiano.

“Pochi sanno guardare. Io stessa, quando osservo certe mie opere del passato, mi chiedo come ho fatto a realizzarle”. “Certe volte – confida – osservo una fila di formiche e mi chiedo perché tra loro ce ne siano alcune che non seguono la corrente e se ne stanno in disparte” Sono forse asociali o… artiste? Racconta che il più grande insegnamento lo ha ricevuto da un docente che faceva osservare un oggetto e chiedeva, dopo averlo tolto di mezzo, di ispirarsi a quello: ognuno ci aveva visto qualcosa di suo. E più bravi erano gli allievi che ci proiettavano il proprio vissuto. Quindi, perentoria: “Artista è colui che avverte il dovere morale di vedere più lontano degli altri”. Poi un cenno ai figli: la femmina Jorie, poetessa pluripremiata, e il figlio John Randolph, fotografo e filmmaker, oggi in Russia. “Crede di averli influenzati?”. “Decisamente, non lo so”. E, infine, cos’è l’arte? Lapidaria la risposta: “È l’accidente di Dio!”. C’è motivo di riflettere a lungo sulle parole di una grande artista destinata a restare… nel tempo.

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