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"Buon 25 aprile Perugia, il nostro dovere è non dimenticare mai chi si è sacrificato per noi"

Pubblichiamo integralmente il discorso del sindaco di Perugia Andrea Romizi per le celebrazioni del 25 aprile

Pubblichiamo integralmente il discorso del sindaco di Perugia Andrea Romizi per le celebrazioni del 25 aprile.

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Rivolgo un saluto a tutti i presenti, alle Autorità intervenute, civili, militari e religiose, alle rappresentanze delle Associazioni partigiane, ex-combattentistiche e d’Arma, a tutte le concittadine e a tutti i concittadini. Grazie per essere qui anche quest’anno, a celebrare insieme il 72simo anniversario della Liberazione.

Mi piace iniziare riportando quanto accaduto a Perugia poche settimane fa. Lo scorso 16 marzo l’Amministrazione comunale -come saprete- ha conferito la cittadinanza onoraria a Piero Terracina, uno dei pochi sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz ancora in vita. La cittadinanza onoraria, massima onorificenza (cittadina) riconosciuta, è stata concessa a Terracina a distanza di quasi 80 anni dall’espulsione dalla scuola che frequentava, a seguito dell’emanazione delle leggi razziali del 1938. Era solo l’inizio di un lungo cammino di sofferenze inenarrabili. Vicissitudini che Terracina, assieme all’amico fraterno Sami Modiano, anch’egli sopravvissuto all’odio nazista, hanno voluto raccontarci e raccontare a centinaia di studenti perugini che per ore hanno ascoltato in un silenzio surreale, carico d’intensa partecipazione e sincera commozione. Ed in quella occasione, ancora una volta, si è avvertita, con chiarezza quasi “empirica” la differente percezione collettiva che si ha quando a narrare certi fatti è chi sul proprio corpo e nell’animo ne porta ancora i segni. In questi casi l’opportunità per gli astanti è grande: si viene presi per mano e accompagnati nella storia, avendo la possibilità di entrare nei fatti non solo con la ragione ma finanche con i sentimenti. Ed è questo l’approdo più sicuro perché l’àncora del ricordo rimanga salda. 



In quella straordinaria giornata, i passi in cui maggiormente si è avuta la sensazione che le voci di Piero e Sami fossero rotte dall’emozione – per entrambi – sono stati quelli in cui hanno raccontato dei loro papà, del loro amore, della loro impotenza innanzi alle atrocità che stavano vivendo, della loro fine. E tornano alla mente le pagine del romanzo autobiografico “La notte” del Premio Nobel per la Pace Elie Wiesel, in buona parte dedicate proprio alla figura del padre, al suo martirio giorno dopo giorno, alla sua morte. Anche le giovani e i giovani della Resistenza pensavano spesso ai propri genitori: sulle montagne, nelle città, alla vigilia di operazioni rischiose. Così come– probabilmente – rivolgeva il pensiero ai propri genitori, pur non avendo avuto gran modo di conoscerli, anche colui che viene ricordato come il Partigiano più intrepido ed instancabile, nonostante il grave male che lo affliggeva: Primo Ciabatti. Su di lui dolce è il ricordo che -nel dicembre 1944 nel “Corriere di Perugia” tratteggia Aldo Capitini, di cui Ciabatti era stato allievo: “(…) I genitori stavano in America, lui in orfanotrofio, poi messo fuori per l’età, desiderosissimo di studiare, e non una casa, un libro, un soldo. Dormiva in un posto, mangiava in un altro: non c’è conoscente o amico che non l’abbia aiutato, che non gli abbia dato qualche cosa; era veramente il nostro fratello e il nostro figlio”. E così piace a noi ancora considerarlo: figlio della nostra Perugia.

Mi collego ai vari ricordi ora menzionati per rimarcare il valore intrinseco della ricorrenza, della testimonianza. Per sgomberare il campo dall’idea – che talvolta pericolosamente s’insinua – che oramai vi sia uno iato insanabile tra commemorazioni come quella odierna ed il ricordo e i fatti che le hanno generate. Pur tuttavia, si corre invero il rischio, messo con preoccupazione in evidenza anche dal Presidente dell’Isuc, Prof. Mario Tosti per cui “la memoria della Resistenza, evento fondante per le istituzioni repubblicane e per l’identità stessa del nostro Paese, appaia sbiadita in larghe fasce della popolazione, in particolare nei giovani”. Ed il timore è, collegandomi a quanto prima dicevo, che il fenomeno della dimenticanza si possa ulteriormente accentuare proprio con il venire a mancare di tanti testimoni diretti e protagonisti di determinati momenti storici. I rischi connessi allo sbiadire delle vicende e delle persone che oggi ricordiamo sono molteplici e vanno di là della mera retorica: su tutti, forse il pericolo più attuale e concreto è che si vadano percependo sempre meno i valori e le ragioni fondanti della stessa Europa, dimenticandoci, così, anche del più lungo tempo di pace che gli ultimi secoli hanno prodotto. Come di recente ha posto in evidenza il neo Presidente del Parlamento europeo A. Tajani in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico del nostro Studium. Abbiamo esempi di ciò davanti agli occhi, tutti i giorni: basti rammentare il caso Brexit, l’avanzata di un diffuso sentire di paura e disorientamento, l’innalzamento di muri e la chiusura di confini che tanto fanno tornare alla mente vicende del passato, che credevamo esserci lasciati alle spalle.

Ben diverso fu l’animo che mosse lo spirito europeo: “Popoli che nel corso dei tempi spesso si sono trovati in campi opposti, gli uni contro gli altri a combattersi, …. Ora, invece, si ritrovano uniti attraverso la ricchezza delle loro peculiarità nazionali”. Sono parole dell’allora Ministro degli affari esteri belga Spaak; si trattava, ancora Spaak, “è vero, del benessere materiale dei nostri popoli, dell’espansione delle nostre economie, del progresso sociale, di possibilità industriali e commerciali totalmente nuove, ma soprattutto… di una particolare concezione della vita a misura d’uomo, fraterna e giusta”.

La domanda e la riflessione che, dunque, soprattutto chi è chiamato con responsabilità a ricoprire cariche pubbliche deve porsi, è come prevenire il fenomeno della dimenticanza, e come mantenere in vita i valori fondanti dei fatti che oggi commemoriamo. E tutto ciò, mi preme precisare, non tanto per perpetuare discorsi rituali, di 25 aprile in 25 aprile, ma soprattutto, nella memoria di chi in quel tempo si è speso con tutto se stesso e per non vanificarne il sacrificio estremo, al fine di scongiurare fattivamente le derive preoccupanti verso cui ci stiamo dirigendo. Sulla base di queste riflessioni, quali concetti allora tramandare alle generazioni future e portare nel nostro bagaglio al fine di traghettare la memoria dei fatti di 70 anni fa?

Mi viene da pensare, su tutti, al concetto di educazione. E nel farlo, vorrei citare nuovamente Aldo Capitini, che nel 1944 così scriveva: “Non ci sono soltanto nuove case da dare agli sfollati; ma idee a tutti, e specialmente ai giovani. Perciò l’antifascismo come liquidazione pratica del fascismo procederà abbastanza rapidamente in varie fasi (…) ma il migliore antifascismo è nel riprendere la formazione morale, la trasformazione istituzionale e sociale (…). Questa società nuova va –tuttavia- preparata. Noi non crediamo che ci sia un uomo di teoria o di pratica che abbia la nuova socialità tutta quanta in mente; siamo noi che dobbiamo prepararla, costruirla, crearla a poco a poco”.

E concludo con un’altra frase di Capitini che ci appare quanto mai attuale: “Mai come oggi, in politica, ha una parte importante l’educazione…”, da cui la necessità di recuperare “l’ideale di una classe dirigente onesta, operosa, che scioglie ogni proprio atto nel bene, resta quasi anonima, e torna a casa modesta, e non ama mettere ogni mattina i gambali”.

Con queste ultime parole e nel ricordo grato di tutti coloro che furono Protagonisti di quelle giornate: nel ricordo delle donne, anch’esse partecipi della lotta per la liberazione, nel ricordo dei caduti, nel ricordo dei soldati italiani che si opposero all’occupazione, nel ricordo delle popolazioni trucidate dalle forze nazi-fasciste, nel ricordo delle migliaia di italiani di religione ebraica e non deportati e sterminati nei campi di concentramento e nel ricordo dei giusti, spesso anonimi e sconosciuti, donne e uomini di ogni ceto sociale che a rischio della loro vita ne protessero e salvarono numerose altre…auguro un buon 25 aprile a tutti i Perugini!

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