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Giovedì, 13 Giugno 2024
Inviato Cittadino

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A cura di Sandro Allegrini

Scrittore, giornalista, curatore di mostre e direttore di collane, esperto di teatro e di cinema, cultore di lingua e storia locale. Sandro Allegrini ha pubblicato studi di arte e letteratura sulla produzione di autori locali e nazionali. Dirige collane di biografie (“Umbri”), poesia, narrativa, critica e saggistica (“Lanterne”). È autore di oltre 80 volumi di storia locale e lingua perugina, editor di testi di prosa e poesia, artefice di documentari sui rioni cittadini. Membro della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, Accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, iscritto all’Ordine nazionale dei Giornalisti, è fondatore e coordinatore dell’Accademia del Dónca. Vincitore di premi nazionali per libri di carattere storico e biografico. Impossibile elencare tutte le sue opere. I volumi editi nel 2023 sono “Peppino Consalvi. Una vita a tutto gas” e “Mia zia Maria Callas dietro le quinte” (Morlacchi Editore).

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VISTI PER VOI In scena “Zio Vanja”, secondo step della trilogia del regista Leonardo Lidi

Il cerchio Čechoviano si chiuderà nel 2024 con "Il giardino dei ciliegi"

Prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria (dopo La signorina Giulia di Strindberg e La città morta di D’annunzio), in coproduzione con il Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale e Spoleto Festival dei Due Mondi.

Dopo Il gabbiano, ora tocca a Zio Vanja, seconda tappa del progetto Čechov, partito sotto buoni auspici e con attori di rango (Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Mario Pirrello, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna).

Frutto di sensibilità tardo ottocentesche, l’opera – oltre a raccontare storia e storie di ambienti e persone – si caratterizza per una riflessione sull’avventura esistenziale.

Si offre uno spaccato storico-antropologico di un mondo d’antan.

Testo sempre attuale per lo sguardo, intriso di umana comprensione, rivolto verso la solitudine e la disillusione che connota l’esperienza di alcuni personaggi, più degli altri tormentati dal male di vivere.

Gente che si rende conto di condurre un’esistenza di cui sfugge il senso, mettendo ali al desiderio, appesantito dalla frustrazione.

Più d’una spolverata di persuasa ecologia. Tema già presente  nello spirito russo, ma qui impreziosito da proiezioni tra l’infantile e il didascalico, straordinariamente significative.

Lidi, more solito, sceglie di attualizzare, con forme difformi, scelte provocatorie.

Lo notammo in un D’Annunzio (La città morta) rivisitato con scarpe da ginnastica, ragazzi col ciuffo  e musica da juke box. Può piacere  o meno. Ma è questo il suo stile, queste le sue scelte artistiche. E a noi non dispiacciono. Se non altro, per la capacità di non lasciare indifferenti. Insomma: modalità nuove di affrontare i sacri testi.

Una scenografia ridotta all’essenziale, una colonna sonora che ci ripropone ‘Mare incantato’ (The enchanted sea)  di Santo & Johnny.

Il tutto funzionale al proposito di trasportare in una dimensione contemporanea l’eternità paradigmatica di quei personaggi, fatti rivivere hic et nunc.

Certo è che Lidi si è guadagnato uno spazio non marginale nel panorama teatrale italiano. Lavorando non solo sui classici (Ibsen, Strindberg, Molière…) ma anche su testi di drammaturgia contemporanea (ll lampadario di Caroline Baglioni) e nell’opera lirica. Tanto da essere ritenuto, ancora una volta, papabile per il premio Ubu per la regia. Come ci conferma una fresca notizia di cui lo Stabile e chi ama il teatro non può che compiacersi.

Pubblico entusiasta.

Attori al top, sia per aderenza ai personaggi che per capacità mimetica. Qualche esagerazione, è vero. Come l’anziano che si guarda con delusione l’attrezzatura sessuale disperatamente inerte. Qualche risata di troppo. Forzata.

Cosa interessante: si ride parecchio e si alternano sapientemente i registri. Insomma il pubblico si diverte e 'riflette per riflettersi' nei personaggi. Ludendo discitur, avrebbero detto un tempo.

Tutti bravi gli attori, ma so di peccare di partigianeria se affermo che Ilaria Falini è magnetica. Anche quando tace e sta in disparte, sigaretta accesa, parruccona esageratamente cotonata. E anche quando si scatena, e perde la parrucca (ossia  la maschera del perbenismo e dell’ipocrisia) abbandonandosi al desiderio. Salvo rientrare nella quotidianità umbratile e rassegnata di una vita coniugale inappagante.

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