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Il Blog di Franco Parlavecchio - L'imprenditore suicida e quella malattia chiamata indifferenza

Una delle malattie moderne più gravi si chiama indifferenza. Quasi trent’anni fa ci facevano vedere degli episodi costruiti nelle grandi metropoli degli Stati Uniti nei quali delle persone facevano finta di sentirsi male per strada e nella totale indifferenza venivano scavalcati dai passanti che sembravano totalmente disinteressati.

Noi ci beavamo di essere diversi, così diversi che ora siamo diventati uguali.

L’episodio di questo ragazzo italiano che è stato massacrato dentro una discoteca spagnola mentre gli altri guardavano fermi, non solo paralizzati dalla paura, è solo uno dei tanti segnali di questa grande malattia.  Il video è tanto reale quanto scioccante e mostra perfettamente come siamo diventati, impassibili nel guardare, filmare e condividere nei social questo degrado.

Ma vorrei ricordare anche l’episodio di quella signora morta in spiaggia un paio di anni fa in Italia, coperta da un lenzuolo, quando decine di famiglie continuavano con i loro bambini a giocarci intorno senza nessuna pietà, senza alcun rispetto.  

E inoltre, forse, non è così diverso dal trovarsi di fronte un imprenditore disperato che non riesce a portare avanti la sua azienda, che non può più pagare gli stipendi. E’ successo pochi giorni fa in quel di Umbertide, proprio a casa nostra, il suicidio di un uomo che forse è stata vittima di quella stessa malattia generale, quell' indifferenza che ti fa sentire tremendamente solo, che rabbuia i pensieri.


Come nei casi citati, in tanti sono rimasti a guardare, inermi, dai semplici cittadini alle istituzioni che non hanno compreso il disagio che stava vivendo. E’ troppo facile o troppo tardi ricordare una persona che non c’è più, quando nel momento di difficoltà abbiamo voltato lo sguardo. E poi le solite banche, quelle che sono state sempre aiutate e che non sanno aiutare, non gli avrebbero fatto più credito, non lo aiutavano più a pagare gli stipendi dei suoi operai e dei fornitori, come scritto dall’uomo nella lettera d’addio. Non è la vittima di un episodio ma di una crisi economica e di valori che continua a mordere senza fine e dell’indifferenza di chi, secondo la figlia, gli aveva voltato le spalle.  Siamo forse tutti un po’ complici di questa disperazione che sembra vivere nella porta accanto ma che siamo troppo indifferenti per guardare davvero.

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