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Giovedì, 11 Agosto 2022
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Università e ricerca, scoperta scritta del X secolo che rivoluziona la produzione letteraria. L'intervista al professore Ciaralli

Il testo si trova all’interno di una pagina del manoscritto delle Omelie nel libro dei Numeri di Origene, risalente all’VIII secolo d.C

“Fui eo, madre, in civitate, vidi onesti iovene,…” [io andai (fui) in città, madre, vidi giovani onesti]. È questa la testimonianza diretta più antica scoperta fino ad oggi di una tradizione arcaica di lirica popolare in lingua romanza - la lingua di collegamento tra alcune odierne lingue europee (spagnolo, italiano, francese, rumeno…) e il latino - destinata al canto e alla danza. Non solo: dimostra l’esistenza di un filone poetico a voce femminile ben prima di qualunque altra prova fino ad oggi raccolta.

Dagli studi effettuati dagli scopritori, Vittorio Formentin, docente all’università di Udine, e Antonio Ciaralli, professore presso l’ateneo perugino, si tratta di una prova di scrittura, una frase cioè, scritta sul momento per dimostrare non solo di sapere scrivere ma di avere anche una mano allenata alla scrittura e quindi veloce e decisa - da considerare che l’uso della penna d’oca e dell’inchiostro libero non era proprio come usare un’odierna Bic. Il testo si trova all’interno di una pagina del manoscritto delle Omelie nel libro dei Numeri di Origene, risalente all’VIII secolo d.C. e attualmente è conservato presso la sezione manoscritti della Biblioteca Universitaria di Würzburg, una delle città più importanti della Baviera. È stato datato tra la fine del IX secolo e la prima metà del X.

Approfittando della disponibilità del professor Ciaralli, gli abbiamo rivolto alcune domanda.

 Nell’ambito paleografico come si classifica questo testo?

Rientra nella categoria delle ‘tracce’, cioè tutte quelle trascrizioni che sono estranee al contenitore (il manoscritto) che lo tramanda. Quasi tutti i testi più antichi che conosciamo ci sono stati tramandati in questo modo.

Perché è importante?

Perché documenta l’esistenza di una produzione letteraria di livello popolare e di trasmissione orale rivolta ad un pubblico diverso dalla ristretta cerchia degli uomini di chiesa, in una lingua diversa dal latino, usata per la poesia dotta.

Che significa avere un’antica attestazione di filone “a voce femminile”?

Durante la dominazione araba della Spagna si diffonde un’importante forma poetica arabo-andalusa chiamata muwaššaha, dettata in arabo e in ebraico da poeti di al-Andalus, la parte islamizzata della Spagna e le cui prime attestazioni risalgono all’inizio del IX secolo d.C. Si tratta di una poesia versatile composta da una struttura innovativa: la parte finale del testo presenta dai 2 agli 8 versi composti in lingua mozarabica, un ibridismo linguistico derivato dall’incontro tra l’arabo con il latino della Spagna meridionale, mentre il resto della poesia era in lingua araba. Proprio questi versi finali, che, stando agli stessi trattati arabi di poesia divenivano poi il fulcro dell’intero componimento, erano chiamati harg?t.

Perché sono importanti gli harg?t per la vostra scoperta?

Perché mentre la parte araba è introdotta da una voce maschile e può articolarsi su diverse tematiche, la parte romanza può trattare soltanto l’argomento amoroso ed è introdotta esclusivamente da voci femminili. La fanciulla protagonista è sottoposta alle regole di comportamento islamico che le precludono la possibilità di vedere l’amato. Poi vi è la confidente della fanciulla, solitamente la madre, la quale ha anche il ruolo di consolatrice verso la giovane. Quest’ultima si trova vittima di un forte dolore causato dall’assenza dell’amato e lo esprime in una serie di esclamazioni e interrogazioni. Il suo tono è triste, cupo, con punte di malizia dissacratoria.

Quale è il contesto di riferimento che siete riusciti a ricostruire per questi due versi?

La protagonista racconta alla madre di essere andata in città e di aver visto dei giovani di buoni costumi, onesti. È sufficiente per attribuire la voce narrante ad una fanciulla che si rivolge alla madre per confidarle i suoi primi turbamenti amorosi. Come non pensare al canto de nina y madre che, nella sua evoluzione, prenderà forma con il nome di Cantigas de amigo galego-portoghesi e con i villancicos de donzella castigliani, senza dimenticare l’antica lirica popolare romanza nota con il nome di Chanson de femme (Chanson de jeune fille).

Avete formulato qualche ipotesi riguardo l’autore della trascrizione, cioè chi ha scritto materialmente i due versi?

Come spiega Formentin, sono molto interessanti le forme grafiche ‘eo’ e ‘madre’ più importante è il plurale asigmatico in funzione di oggetto diretto (onesti iovene), con le desinenze ‘-i’ ed ‘-e’ distinte su base etimologica, rispettivamente da ‘-I’ ed ‘-ES’. Sono parole evidentemente diverse dalla forma pura latina: sicuramente il nostro amanuense conosceva bene il latino, ma decide di scrivere in un registro espressivo e grammaticale nettamente diverso da quello usato nella coeva poesia ufficiale e questo non può che essere una nuova lingua. Per di più si mostra consapevole dello stacco linguistico dalle regole latine, omettendo ad esempio l’ ‘h’ prima della parola ‘onesti’, quella stessa ‘h’ iniziale che invece è presente nella parola ‘homo’ della prova di penna latina della pagina a fronte.

E riguardo la provenienza del nostro amanuense?

La traccia è forse riconducibile all’Italia settentrionale. Meglio: a un’ampia area, omogenea quanto a scambi culturali, che coinvolge la Francia orienale, la Baviera e l’Italia settentrionale. Già Wilhelm Baehrens, filologo, linguista ed editore di Origene, tra il 1913 e il 1915, descrivendo il volume, osservò che a scrivere è stato ‘un monaco italiano’. Non sappiamo quale ragionamento abbia seguito per giungere a questa conclusione. Probabilmente aveva maturato questo convincimemento sulla base delle sue conoscenze linguistiche. Probabilmente quel monaco dall’Italia settentrionale si era poi trasferito nella diocesi virciburgense che, con il monastero di Sankt Kilian, fu parte di quella rete di centri monastici legati dalle comuni origini insulari e che spaziava appunto nelle aree appena citate. Questa rete garantiva ampia circolazione di monaci e libri. Dobbiamo, infatti, liberarci dall’idea di un alto
medioevo statico e immutabile.

Non è questa la prima scoperta del vostro gruppo di studio?

No, infatti. Nell’ambito del Progetto di rilevante interesse nazionale (Prin) “Chartae Vulgares Antiquiores”, coordinato proprio da Vittorio Formentin e che dura già da alcuni anni, ci siamo posti l’obiettivo di studiare le origini della tradizione scritta del volgare in area italiana tramite un'opera di censimento, riproduzione, edizione e commento delle testimonianze scritte più antiche (entro il sec. XIII) delle varie regioni, limitatamente ai testi palesemente volgari. Il progetto ha già fornito numerose interessanti scoperte: Nello Bertoletti, il terzo componente del progetto, ha scoperto recentemente e illustrato un Alleluja in volgare padano occidentale, probabilmente piacentino, della fine degli anni Trenta del ‘200, importante, tra l’altro, perché documenta un testo poetico noto attraverso la testimonianza di Salimbene de Adam, ma non altrimenti attestata. Con essa si espresse il movimento dei Penitenti attivo per tutto il XIII secolo. Una particolarità di questo testo è che esso è musicato. Penso ci voglia tanta passione ma soprattutto un’infinita pazienza per portare avanti questo tipo di ricerca. C’è nella nostra società un profondo abbandono degli studi filologici che è un fatto gravissimo. Porta a perdere una tradizione fondamentale e ricca di grandi conquiste. Poiché si tratta di studi molto difficili, che richiedono vastissime competenze e soprattutto tempi molto lunghi - considera che abbiamo lavorato sul microtesto volgare per ben due anni - essi vengono reputati economicamente non produttivi. Si preferiscono studi più rapidi in grado di dare risultati più immediati, più proficui dal punto di vista concorsuale e più redditizi dal punto di vista dell’immagine. I risultati ottenuti in questi anni dal Progetto hanno dimostrato che c’è ancora moltissimo da scoprire.

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