Storie ai tempi del Covid: Famiglia di artisti in quarantena a Todi: "Ci siamo inventati spazi creativi in giardino"

Lei, Maria Tea Varo, è intellettuale e attrice, formata al Cut di Roberto Ruggieri ed è spesso autrice dei testi scenici delle sue performance. Lui è il pittore di livello internazionale Ugo Levita

Maria Tea Varo con la figlia Artemisia in una foto di Steve Gobesso (gentile riproduzione concessa)

Una famiglia di tre artisti… in quarantena a Todi. Attrice, pittore di vaglia, bambina prodigio: ristretti, ma non inerti. Lei, Maria Tea Varo, è intellettuale e attrice, formata al Cut di Roberto Ruggieri (con cui ha lavorato anche nello spettacolo “Ombre Umbre”) ed è spesso autrice dei testi scenici delle sue performance. Oltre che mamma della geniale bambina Artemisia, della quale ci siamo occupati in un precedente servizio.

Lui è il pittore di livello internazionale Ugo Levita, che sta lavorando a un grande progetto come l’illustrazione delle favole di Jean De La Fontaine: lavori che andranno a Parigi, dove in parte hanno già trovato ospitalità, e poi in Germania (ma l’argomento sarà oggetto di un distinto servizio, offerto ai nostri lettori).

La bambina, sicura promessa della pubblicità, della musica, del canto, del ballo, della recitazione, fa i compiti, come responsabilmente dovuto alla sua età.

Scrive Maria Tea: “Caro Sandro, in questo tempo di riflessione, ci siamo inventati spazi creativi in giardino, momenti per spezzare l’assedio e studiare il nostro divenire. È bello e significativo rompere le distanze con l’Arte... l’unica attività a possedere quella verità che eleva l’animo umano e, senza orgoglio, dispone la strada. Intanto Ugo è al lavoro con colori e pennelli per questo progetto internazionale sulle favole di La Fontaine”.

Cosa mi dici dell’attività di Artemisia? Tutto fermo, naturalmente!

“C’erano degli impegni di carattere cinematografico, per ora stoppati dal virus, come tutte le produzioni, anche quelle in itinere”.

Siete, comprensibilmente, delusi?

“Ci conformiamo alle necessità. Per ora tutto è fermo. Ma ogni cosa che ora ci sembra trasparente vive nella sua essenza.  E la primavera è arrivata”.

Perché non ami che Artemisia venga chiamata “bambina prodigio”? Mi dici qualcosa in più?

“Legge tanto e impara a memoria i testi. Ha cominciato a recitarli quando la mia mamma era in ospedale...scoprendo che faceva compagnia anche agli altri pazienti, specie agli anziani. Ha intuito che condividere quelle mescolanze di parole e concetti faceva stare tutti meglio. Probabilmente ha capito l’origine e lo scopo di questo rito che è la lettura”.

Quali – oltre ai coetanei – le sue frequentazioni?

“Fin da piccolissima, ha frequentato artisti, musicisti, attori, amici vari che sempre vengono a casa: Ceccobelli e i figli, il caro Nino Caruso, Peter Stein, giocava con Bobo a casa di Pippo Delbono...e parla normalmente con il maestro Eugenio Barba. Probabilmente pratica quello che le piace. Influenzata certamente dal Cut, dove per tanti anni ho lavorato con Roberto Ruggieri. Naturalmente, tutti i suoi incontri sui set hanno contribuito a farla riflettere... ma importante è sapere che il suo maggior pregio è quello di non aver perso il suo essere una bambina: naturale, sincera, modestissima... Frequenta anche una scuola di danza, ma non parla mai a nessuno di quello che fa nella moda o altro, per non vantarsi o creare equivoci”.

Adesso come se la cava?

“Fa i compiti per via telematica. Ci mancano però le maestre vere con il loro sorriso: nessun software le può sostituire”.

Cosa dice di questo forzato isolamento Artemisia, lei che ama vivere fra la gente?

“Le mancano i compagni di scuola. Ci manca il Conservatorio: la pratica a distanza per lo studio dello strumento e del canto non è possibile. Sono attività che devono farsi in presenza. Le manca danzare e toccarsi per abbracciarsi. Ma tutto tornerà a posto, prima o poi”

Aggiunge Maria Tea (che si esprime in termini di impegnata e poetica levità): “Non ci sono musiche stonate e nulla che ci renda prigionieri, se i sogni ancora scuotono e invertono la rotta alla paura. Con fiducia, si progetta un mondo consapevole, insieme, dove si potrà dialogare con leggerezza, ma nulla dovrà essere affrontato con irresponsabile superficialità”.

Cosa mi dici sulla vostra scelta di venire a vivere in Umbria? Ne siete ancora persuasi o pensate con nostalgia al vostro Sud?

“Chi decide di abitare in Umbria, per scelta libera e consapevole, ha inteso la fragilità umana... e decide di aprire la sua finestra con reverenza verso la natura, si perde nel delirio della Terra, conosce il suo viaggio lento e la sua contemplazione. Con rispetto, si immagina Francesco e Jacopone e si sorprende per la loro ispirazione potente, legata a questa terra aspra e dolcissima”. 

Insomma, questa esperienza potrebbe renderci migliori?

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“Sì, se come esperti naviganti sapremo superare l’abisso senza piombarci. Ora internet sembra essere l’unico ponte per comunicare: siamo in emergenza. Ma non bisogna dimenticare che il dialogo e la solidarietà sono il sale della vita e tutto quello che agli uomini resta necessario per non smarrirsi”.

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