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il concept del professor Belardi per il Renato Curi

il concept del professor Belardi per il Renato Curi

"Lo Stadio Renato Curi è un monumento di Perugia, incarna l’eredità di una città all'avanguardia"

Il professore Belardi presenta un concept per 'trasformare' e 'valorizzare' lo stadio di Perugia: "Una società civile non cancella i propri monumenti, ma li valorizza"

Perché costruirne uno nuovo? C'è già. Ed è un 'luogo in tempi di non luoghi', un simbolo, un 'monumento' di Perugia. E' il “Renato Curi”. Paolo Belardi, professore ordinario di “Composizione architettonica e urbana” nel Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università degli Studi di Perugia, dove è presidente del corso di laurea in Design, presenta alla città un concept per "trasformare e valorizzare" lo stadio, "perché è un luogo prezioso" per tutta la città. 

E spiega: “La storia dell’intitolazione è nota. Lo ‘Stadio Renato Curi’, conosciuto inizialmente come ‘Stadio Comunale di Pian di Massiano’, è dedicato alla memoria del centrocampista abruzzese che vi perse la vita il 30 ottobre 1977 durante la partita del campionato di serie A Perugia-Juventus. Molto meno nota invece è la storia, per certi versi epica, della costruzione. Tanto che forse vale la pena ripercorrerla sia per alimentare la memoria dei tifosi più giovani sia perché, con l’occasione, potrei aggiungere qualche particolare inedito e, soprattutto, potrei dare lustro a qualche nome rimasto nell’ombra, visto che all’epoca mio padre Mario ricopriva il ruolo di Ingegnere Capo Comunale e quindi fu necessariamente tra i protagonisti di quella memorabile avventura.”

Immagino che la storia abbia inizio il 22 giugno 1975, quando il Perugia di Ilario Castagner, dopo avere dominato il campionato di calcio di serie B, fu promosso in serie A…

“In verità la storia ha inizio un po’ prima, addirittura alla fine del mese di marzo 1975. L’Amministrazione Comunale dell’epoca (guidata dal sindaco Mario Caraffini, prossimo a passare il testimone a Giovanni Perari) era particolarmente lungimirante e, seppure il Perugia non avesse ancora ottenuto la certezza matematica della promozione (conseguita solo il 15 giugno con il pareggio ottenuto in trasferta a Pescara), si pose con largo anticipo il problema dell’inadeguatezza dello ‘Stadio Santa Giuliana’ rispetto agli standard richiesti dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio nell’ipotesi di un’eventuale partecipazione del Perugia al campionato di calcio di serie A. Ricordo ancora distintamente (in quanto mio padre fu costretto ad annullare la classica gita fuori porta) una riunione convocata con urgenza in Comune la mattina del lunedì di Pasqua, dopo che il giorno prima il Perugia, battendo il Brescia, aveva consolidato il suo primato in classifica e, di conseguenza, il sogno della promozione nella massima serie calcistica cominciava a diventare realtà. Fortunatamente la stessa Amministrazione Comunale aveva già intrapreso l’urbanizzazione dell’area di Pian di Massiano dove, così come previsto dal masterplan redatto nel 1967 da un’articolata équipe tecnica (composta da Nazareno Gambaracci, Carlo Montelatici, Carlo Mosconi e Giovanni Orsoni) e disegnato magistralmente da Vincenzo Becchetti, aveva programmato di concentrare il polo sportivo della città. Tuttavia il pochissimo tempo residuo prima dell’inizio del campionato di calcio di serie A impose il drastico ripensamento di un’organizzazione planimetrica che, nella sua versione originale, prevedeva due stadi: uno principale, polivalente e concepito come opera di land art, e uno secondario, riservato agli allenamenti della prima squadra e attrezzato con una tribuna smontabile. Il fatto è che, a quell’epoca, il secondo stadio era in via di ultimazione, quantomeno nelle parti più impegnative dal punto di vista temporale ovvero il sottofondo e il manto erboso del campo di gioco. Così, con un’intuizione a dir poco geniale dal punto di vista politico, fu deciso di eleggerlo a stadio principale, affidando il progetto di quello che non sarebbe stato più uno stadio polivalente, perché destinato unicamente al gioco del calcio, all’ingegnere Luigi Corradi di Terni. E Corradi, sviluppando il progetto di massima redatto in tempi record dall’Ufficio Tecnico del Comune di Perugia, restituì un piccolo capolavoro di prefabbricazione edilizia: uno stadio pensato come provvisorio, perché volto a essere smontato e riassemblato per parti nei campi sportivi delle periferie cittadine, e contrassegnato dalla copertura tirantata della tribuna principale oltre che dal reticolo tridimensionale della struttura intelaiata prodotta dalla ditta ‘SICEL’ dell’imprenditore Spartaco Ghini (all’epoca amministratore delegato e poi presidente della ‘Associazione Calcio Perugia’ dalla stagione calcistica 1983/’84 alla stagione calcistica 1985/’86) volto a sostenere i gradoni prefabbricati in calcestruzzo armato prodotti dalla ditta ‘Vibrocemento’ dell’imprenditore Elvio Temperini (all’epoca membro del consiglio di amministrazione e poi presidente della ‘Associazione Calcio Perugia’ nella stagione 1991/’92). I lavori, diretti dallo stesso Corradi (che poi avrebbe progettato le coperture degli stadi di Ascoli Piceno, Napoli e Torino) in sinergia con Giovanni Castellani, dirigente dell’Ufficio Aree Verdi e Impianti Sportivi del Comune di Perugia, ebbero inizio il 15 maggio (e mio padre, da eugubino, lo interpretò come un buon auspicio), procedettero speditamente senza particolari intoppi e, anche grazie ad alcune deroghe concesse con benevolenza dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (altri tempi…), lo stadio fu inaugurato il 5 ottobre 1975 con la disputa della prima partita del campionato di serie A 1975/’76 Perugia-Milan, che finì a reti inviolate. Tra i circa 32.000 spettatori presenti c’ero anch’io, accalcato, insieme ai miei amici del liceo, nel parterre della curva nord e di fronte ai miei occhi c’era uno stadio conformato a ‘U’, perché ancora aperto verso la strada Trasimeno Ovest (tanto che, nelle riprese televisive della ‘Domenica Sportiva’, si scorgevano le automobili in transito). Come noto, infatti, i lavori di costruzione della curva sud, diretti dall’ingegnere comunale Paolo Bori sulla base del progetto redatto dall’ingegnere Raffaele Morettini, furono successivi e si conclusero il 7 novembre 1979 con l’inaugurazione, che fu fatta coincidere con la disputa della partita di Coppa UEFA (per noi infausta) Perugia-Aris Salonicco. Il resto è storia dei nostri giorni.”

Lei sostiene che lo “Stadio Renato Curi” è un monumento. Può spiegare perché?

“Come ha scritto Jacques Le Goff, ‘il monumento (la cui radice etimologia è legata al verbo latino ‘monere’, che significa ‘far ricordare’) è un lascito alla memoria collettiva’. In tal senso, a mio avviso, lo ‘Stadio Renato Curi’ è a tutti gli effetti un vero e proprio monumento. Per molte ragioni: perché fu costruito in meno di cinque mesi, sulle ali dell’entusiasmo e con una grande partecipazione popolare; perché fu un’opera pubblica esemplare, pubblicata sulla copertina della prestigiosa rivista internazionale ‘acciaio-acier-stahl-steel’; perché incarna l’eredità di una città che è stata all’avanguardia a livello internazionale, tanto a livello culturale quanto a livello industriale; perché è stato crocevia per ben tre volte dell’assegnazione dello scudetto, due volte a vantaggio della Juventus e una volta a vantaggio del Milan; perché con il calore del suo pubblico ha contribuito ai successi del ‘Perugia dei miracoli’, capace di conseguire il secondo posto in classifica stabilendo il record dell’imbattibilità stagionale; perché è nei suoi spogliatoi che Paolo Rossi indossò per la prima volta la maglia biancorossa, forse il sogno più sognato dai tifosi; perché ha visto le passerelle trionfali sotto la curva nord del presidente Luciano Gaucci, presidentissimo tra i presidenti; ma soprattutto perché è sul suo prato che si accasciò drammaticamente Renato Curi, stroncato da un improvviso arresto cardiaco. Per questi e per molti altri motivi, che i tifosi hanno ben presenti, sostengo la necessità (ma anche l’utilità) di rispettare e preservare lo ‘Stadio Renato Curi’. Perché una società civile non cancella i propri monumenti, ma li valorizza.”

La conoscenza approfondita della storia della costruzione dello “Stadio Renato Curi” ha orientato in qualche modo la vostra idea?

“Assolutamente sì. Così come l’ha orientata la consapevolezza che viviamo nell’era della sostenibilità e, quindi, non possiamo permetterci il lusso di consumare ulteriore suolo, ma dobbiamo limitarci a recuperare l’esistente. Per entrambe queste ragioni, il nuovo ‘Stadio Renato Curi’ non può che essere un’evoluzione metamorfica del vecchio ‘Stadio Renato Curi’: non a caso il nostro progetto (che ho redatto nell’ambito delle attività ideative del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università degli Studi di Perugia con la collaborazione dell’architetto Felice Lombardi) contesta apertamente l’ipotesi di realizzare un nuovo impianto sportivo al posto degli attuali campi di allenamento, cercando all’inverso di riconoscere e valorizzare le componenti identitarie dell’attuale ‘Stadio Renato Curi’. Mi riferisco, prima di tutto, alla climax naturalistica del vicino ‘Percorso verde’ e alla caratteristica permeabilità visiva tra interno ed esterno dell’impianto sportivo, che sarebbe negata se si concentrassero i nuovi volumi necessari per far quadrare il ‘business plan’ in corrispondenza dei quattro angoli: il che ci ha spinti a immaginare di avvolgere lo ‘Stadio Renato Curi’ con una sorta di foresta urbana che dialoga idealmente con il prato del campo di gioco. Ma mi riferisco anche al carattere provvisorio dell’apparecchiatura costruttiva: il che ci ha spinti a prevedere di realizzare i nuovi volumi mediante l’assemblaggio di circa 1700 container rigenerati (un modo di fare architettura noto come ‘cargotecture’ che, garantendo economicità e reversibilità, è praticato correntemente in tutti i paesi più evoluti). Nondimeno, poiché un obiettivo comune a tutte le proposte avanzate in questi anni per la ristrutturazione dello ‘Stadio Renato Curi’ è la copertura integrale degli spalti, abbiamo immaginato di sollevare il volume dei container rigenerati sostenendolo con una struttura tridimensionale in acciaio nascosta all’interno degli stessi e interpretandolo come un elemento a doppia funzione: volume commerciale-culturale per i cittadini e al tempo stesso riparo dal sole e dalle intemperie per i tifosi. Come facilmente immaginabile, ne risulterebbero degli spazi spettacolari, perché potrebbero godere di una vista mozzafiato verso il centro storico, così come ne guadagnerebbe la visuale dagli spalti, perché i pilastri di sostegno sarebbero tutti esterni all’impianto sportivo vero e proprio. Peraltro, poiché immagino che molti liquideranno la nostra proposta come accademica, rivendicata l’importanza degli slanci visionari (diversamente, nella nostra città, non sarebbe stata mai realizzata la risalita meccanica della rocca Paolina), tengo a precisare due aspetti: so bene che le norme vigenti in materia di sicurezza renderebbero improba la piantumazione di un bosco a ridosso dello stadio, così come so bene che non tutte le attività commerciali risulterebbero attrattive in quota (a cominciare dalla grande distribuzione alimentare, ma questa potrebbe essere una qualità…). Ma rigetto a priori questa possibile critica rappresentando che il nostro è un concept, non un progetto esecutivo. E i concept stanno all’architettura come le sfilate stanno alla moda. Nel senso che, così come le sfilate orientano il gusto lanciando nuove tendenze stilistiche, i concept orientano il pensiero prefigurando nuove idee tipologiche”.

Ha un’idea dei costi?

"A livello di ordine di grandezza ovviamente sì, ma non credo abbia senso parlarne in questa fase ideativa. Credo infatti che, quando s’immagina il futuro di una città, il problema economico sia un aspetto consequenziale e non pregiudiziale. Perché, da sempre, non è l’economia a veicolare le idee, ma sono le idee a veicolare l’economia".

A proposito di idee: anni addietro la sua équipe vinse il concorso “Disegna tu la maglia dei Grifoni”: purtroppo però quella maglia non è stata mai indossata dai calciatori del Perugia.

“Si trattava di un concorso di idee, bandito nel 2008 dall’allora ‘Perugia Calcio’ ed espletato nel 2010 durante l’ultima presidenza di Leonardo Covarelli, a cui partecipai insieme ai colleghi Matteo Scoccia e Carl Volckerts. La nostra idea (che peraltro, nonostante ci fossimo tutelati con un brevetto, è stata ripresa prima dal Torino e poi dal Bologna) era fondata su una considerazione molto semplice. Nell’era della globalizzazione, le divise che hanno fatto la storia del calcio vengono considerate quasi dei reperti archeologici: eppure sono proprio quei simboli anacronistici (icone di un passato in realtà mai dimenticato) a essere riesumati dai tifosi quando vogliono indossare e celebrare i colori della propria squadra del cuore. Per questo la nostra proposta per la nuova divisa del Perugia, pur senza rinunciare all’utilizzo di materiali e di tecniche tra i più avanzati (dal poliestere alla stampa a caldo), volle coniugare lo stile ‘anni settanta’ della maglia di Renato Curi e il colore ‘rosso-acceso’ della maglia indossata da Sandro Tovalieri nello spareggio di Reggio Emilia contro il Torino. Ma soprattutto la nostra maglia, oltre a sfoggiare sul cuore lo stemma del grifo rampante, portava impressa sul petto una trama disegnata in forma di corazza, composta con i nomi dei 250 calciatori che, negli ultimi anni, l’avevano più onorata (un elenco indicativo perché, in caso di effettiva realizzazione, sarebbe stato stilato sulla scorta di un apposito referendum indetto tra i tifosi). Nomi che sarebbero stati impercepibili dagli spalti, ma perfettamente leggibili dalle telecamere e dagli avversari… nonché dai calciatori del Perugia, che certo non avrebbero potuto esimersi dall’indossarla con orgoglio: per questo la ribattezzammo ‘Orgoglio biancorosso’. Purtroppo è un’idea rimasta sulla carta a causa delle vicende extracalcistiche che, al termine del campionato di prima divisione 2009/’10, rispedirono i grifoni tra i dilettanti…. Ma magari è un’idea che potrebbe essere rispolverata: noi siamo a disposizione.” 

Una battuta conclusiva?

“Nell’era dei ‘non luoghi’, un ‘luogo’ è prezioso. E lo ‘Stadio Renato Curi’ ormai è un ‘luogo’, perché è un punto di riferimento socializzante non soltanto per i tifosi del Perugia, ma anche per i cittadini di Perugia. Pertanto non va demolito, ma eventualmente va trasformato senza alterarne l’identità”.

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