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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Che cosa è il dolore e quel suo rapporto con la solitudine

Eh già! Come domandare, domandarsi che cosa è l’amore, che cosa è il tempo, che cosa è l’infinito, che cosa è l’anima. Se Dio esiste senza fede. E dire che la fede senza le opere è niente, che lo predicava San Gerolamo (347-420) mentre, vivente nel deserto, toglieva la spina dalla zampa del leone. E quel leone lo seguiva come un cane e spaventava gli altri monaci, come ne dipinse Vittore Carpaccio, ma è Antonello da Messina a raffigurarlo, nello studio, mentre traduce in latino la “Bibbia”, in un quadro di bellezza che ferisce gli occhi: pochi libri, un cappello cardinalizio su uno sgabello, un gatto accovacciato a debita distanza dal fido leone, una pernice e un pavone lucente. 

La morte ghermirà il Santo a Betlemme. Sicuramente lui sapeva che cosa è il dolore. Lui che lo aveva sublimato, esorcizzato durante i digiuni e i lunghi silenzi. Ecco, dolore e solitudine fanno il paio, innocui se hai smorzato, messo a tacere l’io, l’egoismo, la carnalità, l’interesse, l’odio o la vendetta. Orribili se cadono su un mortale o su una mortale senza scudi, fragili nella quotidianità e nella sensualità, presi e gettati allo sbaraglio dall’essere esseri comuni e indifesi. Ma sì mi par di scrivere un’omelia in un tempio dissacrato, da eretico che si sostituisce al sacerdote o al guru o allo sciamano. 

Il dolore è solitudine e la solitudine è dolore. È una sorta di equazione cui non si può opporre rimedio. Chi scrive la sta vivendo, ne sta vivendo, e ne fa partecipi i suoi venticinque lettori. Tutto qui. Il resto è il virus che miete vite come la morte tutta vestita di nero ne “Il Settimo sigillo” di Ingmar Bergman, lugubre entità sfidata a scacchi dal Cavaliere mentre dilaga la peste. L’ho rivisto una di queste notti insonni e di certo se non rallegra ma almeno fa pensare. Perché una delle assurdità di questi mesi nei quali viviamo, bardati in volto, umidi di disinfettanti, distanti dagli altri, è che viviamo tempi di morte senza averne coscienza, altrimenti non staremmo qui a sofisticare o a lamentarci, con 500 morti al giorno, crisi di governo sì crisi di governo no… Vergogna! 

Rispetto per gli 80.000 italiani, conosciuti o ricordati a mala pena dai famigliari, scivolati nel gorgo, inconoscibili come i soldati senza nome e senza facce nelle trincee delle nostre nefaste guerre mondiali: un immenso Milite Ignoto, scelto “a caso” fra undici bare da una madre, Maria Bergamas velata di nero. Era il 4 novembre 1921. Ma si dice che dentro c’era il suo di figlio. La prossima scheggia, lo prometto, ma non lo giuro, sarà un carnevale tutto nani e ballerine. O almeno gironi di armistizio, e più che essere con il cuore vicini a ristoratori, baristi, attrici, albergatori… un povero cronista sentimentale altro non può. Non ho spiegato che cosa è il dolore, ma che fa… Spero tanto intanto di non meritare l’aforisma aguzzo di Nicolás Gómez Dávila: «La banalità non è mai in ciò che si sente, ma in ciò che si dice.» Wow!

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