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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Memoria, fragile creatura

Un pugno di lettori mi rimprovera di non aver dedicato l’ultima scheggia al Giorno della Memoria. Non volevo unirmi al coro con la mia flebile voce, non mi sento mai in pari di fronte al ricordo di Auschwitz, che mi evoca disagi con quella scritta infame Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi; come scrive Primo Levi: le tre parole della derisione sulla porta della schiavitù. Eppure Alessandro Bertuccioli, meccanico a Rimini, città medaglia d’oro della Resistenza, ha affisso questo motto – nel tedesco di Goethe – all’ingresso della sua officina, giustificandosi che la frase gli piaceva, che lui è nato nel 1979 e ha solo la terza media. Ma allora scrivila in italiano, falso e vile naïf! Ahimè! la gatta dell’odio è sempre incinta e sforna mostri come il sonno della ragione. A iosa, a gogò, incessantemente come una fabbrica con catena di montaggio. 

Il giorno della memoria – 27 gennaio – tre consiglieri comunali di Cogoleto, paese di 9.000 abitanti nella città metropolitana di Genova, il giorno 27 gennaio, giorno della memoria, durante la seduta in consiglio, hanno espresso il voto su delibere alzando il braccio in assenso ma con il saluto fascista, distintamente. Applicheranno la legge Mancino? Speriamo di sì, facendoli decadere dalla nomina. Si chiamano, questi intemerati cittadini italiani, eletti democraticamente attraverso il voto libero di cittadini italiani: Valeria Amadei (Fratelli d’Italia), Francesco Biamonti (Lega Salvini), Mauro Siri (non si sa). Ora i tre minacciano di querelare il sindaco.

Loro alzano il braccio, per votare, ma che volete strumentalizzare, le lo fanno così fin dalle scuole elementari. Mentre Mauro Siri porta il cognome del Cardinale Arcivescovi di Genova Giuseppe Siri (1906- 1989), papabile in più Conclavi, non certamente liberal, il salutista alla romana è omonimo di un davvero eccellente scrittore ligure, pubblicato da Einaudi, Francesco Biamonti, appunto, nato nel 1928 a San Biagio della Cima (Imperia), 1237 abitanti, dove morì nel 2001, lirico coltivatore di mimose, prosatore limpidissimo, cui si devono almeno quattro libri bellissimi, fatti di descrizioni del paesaggio altocollinare ai confini con la Francia, dal clima dolce, dai sentieri battuti di notte dai migranti, luoghi colmi di profumi, cose, case, orti, silenzi, luce, assenze ed essenze: “L’angelo di Avrigue” - 1983; “Vento largo” - 1991; “Attesa sul mare” - 1994; “Le parole la notte” - 1998. 

Lessi a suo tempo, suggeritimi dal giudizio assai benevolo di Italo Calvino, il secondo e il terzo traggo da cui traggo: «Il confine non è tra Italia e Francia: coinvolge tutto il Mediterraneo: Ci sono tre grandi personaggi nel Mediterraneo: il Golfo di Genova (Eugenio Montale), il Golfo di Marsiglia (Paul Valéry) e il Golfo di Orano (Albert Camus) che hanno creato una civiltà letteraria legata alle cose, in cui le cose parlano al posto dell’uomo. I loro paesi diventano aspri e emblematici di una civiltà umana legata a una sorta di corrosione dell’esistenza, quella che provoca il salino. È una civiltà data dalla luce e dal sapere, dalla lucidità e dalla corrosione.» Al gentiluomo delle mimose è stato rubato il nome com’è accaduto a Ezra Pound. Una nèmesi ingiusta e ingiuriosa.

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