INVIATO CITTADINO Scale mobili di via Pellini, c'è un mosaico da salvare

Sostituzione tecnologica, rifacimento strutturale anche della scale pedonali. Ma che fine farà quel capolavoro, progettato e fatto realizzare dall’architetto Mauro Monella?

Scala mobile del Pellini, giù le mani da quel mosaico… va assolutamente preservato. Distruggerlo sarebbe colpevole e priverebbe la città di un’opera d’arte e di una cifra identitaria, ormai consolidata dalla presenza di oltre un quarto di secolo.

Una preoccupazione aleggia fra gli amanti della Vetusta ed è legata al prossimo rifacimento “ab imis fundamentis” della scala mobile del Pellini.

Sostituzione tecnologica, rifacimento strutturale anche della scale pedonali. Ma che fine farà quel capolavoro, progettato e fatto realizzare dall’architetto Mauro Monella?

Si tratta di una Rosa dei venti centrale, circondata da otto icone di putti soffianti a gote gonfie, a simboleggiare, appunto, i venti provenienti dai vari punti cardinali. Una specie di piccolo Sistema Solare, coi pianeti che sbeffeggiano il Potere: una metafora della fazione popolare dei Raspanti, irridente e ridanciana.

L’opera si chiama “150 milioni di Km: distanza fra terra e sole” e propone un Sole ilare e gioviale, portatore di buoni auspici. “Una ventata di ottimismo – dice il progettista Monella – un saluto cordiale al visitatore che viene accolto col sorriso”.

“Fu realizzata nel lontano 1992 con una tecnica speciale che lega in metallo le varie sezioni del mosaico, costituito di marmi pregiati di vari colori. Un’opera in ‘marmoresina’ (come si usava all’epoca), che porta memoria degli ultimi artigiani, Fiordi e Giogli i quali avevano il laboratorio vicino al cimitero di Ponte San Giovanni. I metalli modanati costituiscono la silhouette del disegno”.

Ricorda ancora Monella: “Si tratta di una delle ultime testimonianze di artigianato creativo. All’opera collaborò anche Idalgo Tancetti, fabbro di San Mariano”.

All’epoca si disse che quel progetto fosse irrealizzabile per difficoltà di carattere tecnico. Ma la valentia dei nostri artigiani fece il miracolo.

L’Inviato Cittadino aggiunge che oggi quegli artieri sono tutti morti, ma resta l’opera a conservarne il nome e la memoria.

Quel capolavoro è collocato al piano intermedio, che si apre verso via del Tornetta e i giardini della Cupa. Un quadrivio, un crocicchio dove in antico si bruciavano le piume dei cuscini da parte di quanti si credevano colpiti dal malocchio. Insomma: un luogo magico, esoterico, antropologicamente ricco di suggestione, in prossimità della cinta muraria trecentesca che sorregge via della Cupa e le scalette della Canapina (con memoria di artigiani che fabbricavano corde di canapa, scendendo le scale e avvolgendo le fibre intorno alla vita). Memorie di vita e di lavoro, esiti di toponomastica e di peruginità.

Un’ultima notazione, ignota ai più. Monella ci confida che quegli otto soli sono le silhouettes di amici d’infanzia di Porta Sant’Angelo, frequentati prima del trasferimento di famiglia in quel di Monteluce.

Memorie individuali e rappresentazioni collettive che uniscono microstoria e macrostoria. Ci piacerebbe lasciarle alle generazioni che verranno.

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