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INVIATO CITTADINO Negozi chiusi alle 14 del sabato: "Tanto lavoro perduto"

Sbaracco a picco. Ne parliamo con Alberto Bottini e con Paolo Mariotti

Sbaracco, non ci resta che piangere. Tanta la rabbia covata dai negozianti per la decisione di farli chiudere ieri alle 14. Affari a picco.

Ne parliamo con Alberto Bottini, profumiere di grido con negozio al corso, e con Paolo Mariotti, presidente dell’Associazione di commercianti Perusia Futura, nonché titolare del negozio fashion Anilù, appena trasferito al civico 89 di corso Vannucci. I due commercianti, già vicini di bottega, condividono i morsi della crisi. E se ne lamentano apertis verbis.

Dice Bottini: “Tanto lavoro perduto nel pomeriggio di sabato. Dato il bel tempo, l’apertura avrebbe potuto risarcirci delle rimesse maturate in questo momento delicato e difficilissimo per tutte le aziende dell’acropoli e non solo”.

Assicura: “Una decisione, come quella della Tesei, di farci chiudere in anticipo bruciando il pomeriggio, ha remato decisamente contro gli esercizi in sofferenza. Occorrerebbe valutare le ricadute di decisioni del genere sulla vita economica delle aziende e delle famiglie che ci stanno dietro. Così non solo non si cresce, ma si va sotto zero”.

Ribatte Mariotti: “Una decisione incomprensibile, in un momento drammatico. Fra l’altro, in Italia siamo stati i soli, in zona arancione, a dover subire questa improvvida decisione. E dire che – dopo la crisi delle svendite di febbraio – stavamo per vendere sottoprezzo, prima di esalare l’ultimo respiro. Ma anche questo ci è stato impedito”.

Commenta abbattuto e arrabbiato: “Oltre il danno, anche la beffa. Mi sono appena trasferito e contavo di dare fondo alle collezioni invernali. Invece me le dovrò tenere e l’anno prossimo varranno zero spaccato”.

Domanda, e dice, Paolo Mariotti: “Su quali dati è stata presa la decisione? È un anno che siamo alla frutta. Non si capiscono tante cose. Figli e figliastri. Supermercati pieni con distanziamento azzerato, con solo una o due casse aperte. Inspiegabili aperture di intimo con l’abbigliamento chiuso: comprare un paio di mutande è urgentissimo e prioritario rispetto a un pantalone? Ma questi come ragionano?”.

Esemplifica: “Andate al percorso verde e vedrete una folla di persone che gira senza mascherina, a contatto di gomito. Quando si sa che da noi uno entra, sceglie, compra, esce. Con un turn over stretto e senza alcun affollamento: tutti questi clienti in giro non ci sono. Magari!”.

Aggiunge, fuori dai denti, una considerazione che tocca la politica e i partiti: “E meno male che siamo una categoria di elettori favorevolmente orientati a quanti governano”.

Rabbia, delusione, frustrazione, sono i sentimenti dominanti nella categoria.

Insomma: sbaracco debacle, vendite zero, materiali sul groppone, ristori inesistenti, solo chiacchiere e niente fatti. La politica che non serve. Una disfatta su tutti i fronti. Una Waterloo perugina che picchia duro su pugili abbastanza provati da dodici riprese, durate “dodici mesi-dodici”, di un match impari: un periodo in cui i commercianti si sono trovati a combattere a mani nude contro le corazzate del covid che sconvolge e travolge. Poi ci si meraviglia se uno chiude, manda a casa i dipendenti, dà forfait.

Commercianti: categoria in via di estinzione. Da proteggere. Come la foca monaca, l’orso marsicano, il falco di palude.

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