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Oggi si celebra San Giuseppe Falegname. La confraternita del Quattrocento parlava (e scriveva) in dialetto perugino

Perugia, la statua lignea (prelevata dalla chiesa del Carmine, si spera provvisoriamente) è in mostra nella Cappella del Santo Anello (o del Virgineo Sposo) della cattedrale

Oggi, 19 marzo, San Giuseppe Falegname. La confraternita del Quattrocento parlava, e scriveva, in dialetto perugino. La statua lignea (prelevata dalla chiesa del Carmine, si spera provvisoriamente) è in mostra presso la Cappella del Santo Anello o del Virgineo Sposo, in cattedrale.

Il culto religioso di San Giuseppe risale all’Alto Medioevo ed è noto nel Trecento. Intorno a quel periodo, alcuni ordini religiosi cominciarono a osservare la festa il 19 marzo che, secondo la tradizione, sarebbe “dies natalis”, ossia il giorno della morte. La festività di san Giuseppe fu inserita nel calendario romano da papa Sisto IV, intorno al 1479.

Le frittelle della tradizione. In occasione della ricorrenza, la gastronomia perugina (ma anche quella nazionale) prevede le famose “frittelle de San Giuseppe”, unica eccezione di frittura consentita in Quaresima. Difatti, un tempo si friggeva con lo strutto di maiale, il che violava le regole previste in materia di astinenza dalle carni.

Come detto meteorologico, si ripete: “San Giuseppe vecchierello / guarda l fòco e adopra l mantello!”. Il freddo di questi giorni conferma l’antico adagio.

Stavolta, l’Inviato Cittadino si diverte a mettere in evidenza l’ampio utilizzo del dialetto perugino già nel Quattrocento. Riprendendo uno spunto offerto dall’amico Attilio Bartoli Langeli all’Accademia del Dónca e pubblicato nel mio volume “Perugia te l dice n vèrzi” del 2008.

Questa la premessa del noto storico e paleografo. Dopo che quel malandrino di frate Winterio da Magonza ruba (nel 1473) e porta a Perugia il Santo Anello (a torto ritenuto anello sponsale della Vergine), fra’ Bernardino da Feltre viene nella Vetusta, a distanza di 14 anni, per la predicazione quaresimale.

Fra’ Bernardino fonda la Confraternita. Nel 1487, il frate - tuonando contro la corruzione delle anime - fondò la Compagnia col titolo “dell’Anello e di San Giuseppe”. Volle anche che l’iscrizione alla Confraternita fosse vergata di pugno del neo iscritto. Così ci fu chi lo fece in proprio e chi, analfabeta, se lo fece scrivere da qualcun altro.

Lo storico registro dell’Augusta. Si tratta del manoscritto 3106 ed è la prima “matricola” (così si chiamano quei libroni) maschile. Per gli anni successivi (1542-1627) si conservano in Cattedrale sia i registri degli uomini che quelli delle donne

Il registro più interessante è il primo, che copre gli anni 1487-1542. È stato studiato da Bartoli Langeli (che me ne ha riferito) e dall’amica Giovanna Casagrande. Vi si riscontrano fenomeni linguistici dialettali di sicuro interesse.

La coloritura dialettale. Nella generalità delle scritture, anche quelle di mano degli alfabetizzati, si intercettano fenomeni fonetici e flessioni vernacolari, con lemmi persistenti fino ad oggi. Ad esempio, le terminazioni plurali in “e” (“statute” per “statuti”) o certe forme abbreviate, come “supriore” per “superiore”. Fino agli anni Cinquanta del Novecento, si sentiva  – specie in rioni popolari come Porta Sant’Angelo – espressioni come “caprione”, per “caporione”, con fenomeno di crasi del tutto simile.

In quella matricola un’espressione interessante (il verno “ni” per “venire”), ancora usata fuori le mura. Insomma: “nicce” per “venirci”. Una delle scritte della matricola riporta l’adesione di tal Nicolone de Filippo, che scrive “so cotento denicene” (il “ne” è un fenomeno di epitesi) per “sono contento di venirci”, intendendo “dare la mia adesione”.

Documento inoppugnabile del fatto che la lingua perugina era dominante, trasversalmente in tutte le classi sociali e che, a distanza di oltre cinque secoli, quel termine dialettale è ancora in uso.
Sandro Francesco Allegrini
 

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