Tradizioni perugine sul torcolo e sull’occhiolino: "E, anche se Costanzo non annuisce, io il marito me lo trovo lo stesso"

Riflessioni antropologiche sull’occhiolino del santo e sul torcolo

L'interpretazione di Marco Vergoni

Riflessioni antropologiche sull’occhiolino. “E anche se Costanzo non annuisce, io il marito me lo trovo lo stesso”. Questa la risposta seccata di quelle fanciulle che non ricevevano l’occhiolino dal santo del torcolo. Com’è noto, le ragazze da marito, il giorno della festa, si recavano nella chiesa del santo e ne fissavano intensamente l’icona, nella speranza di riceverne l’occhiolino che avrebbe sancito lo sposalizio entro l’anno.

La battuta proverbiale, a mo’ d’invocazione, recitava: “San Gostanzo da l’occhio adorno / famme l’occhiolino sennò n ci artorno!”. Ma il fatto è che, per ricevere quel complice assenso, occorreva l’assoluta illibatezza. Mentre pare che i giovani perugini amassero delibare in anticipo. Riservatamente, s’intende. E allora il giovane – responsabile del fallito imeneo – s’impegnava pubblicamente al matrimonio infilando al braccio dell’amata il torcolino all’anice, pinoli, uvetta e canditi. Qualcosa di simile accadeva alla festa dell’Immacolata di Monteluce col torcolino all’anice e la piantina di basilico. La ragazza, esposta alle critiche della comunità, per la sua probabile – anzi quasi certa – “non illibatezza”, sfidando il santo, gli lanciava lo slogan: “San Gostanzo, amò te l dico / quand’artorni ho preso marito”. Ossia, il prossimo 29 gennaio sarò andata sposa comunque, indipendentemente dalla mancata manifestazione della tua volontà.

Mi piace riportare in pagina l’interpretazione del grafico amico Marco Vergoni che illustrò il mio “… e lascia sta i santi!”, breviario laico edito da Aguaplano. Oggi in perugino l’espressione figurata “Che tòrqlo!” indica una sfacciata fortuna alle carte e al gioco in generale. Oppure un pesante apprezzamento per un rispettabile “lato B” di donna (o di uomo?). Nella cabala, e nella tombola perugina, l’espressione equivale allo scaramantico numero 23. Tanto che quel buco centrale del torcolo – che allude alla decapitazione del vescovo santo – finisce con l’assumere altri e più volgari riferimenti.

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