Martedì, 16 Luglio 2024
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San Costanzo, Chiesa di Perugia in festa: Claudio Faina ordinato sacerdote

L'arcivescovo Ivan Maffeis: "Abbiamo bisogno di preti che vogliano bene alla gente, con generosità e senza alcun altro interesse"

Il seminarista Claudio Faina, docente di inglese, è stato ordinato sacerdote. L’ordinazione nella cattedrale di San Lorenzo nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa di san Costanzo, vescovo e martire del II secolo, patrono e fondatore della prima comunità cristiana di Perugia. 

Ecco l'omelia dell'arcivescovo Ivan Maffeis. 

È giorno di festa. Abbiamo accolto l’invito del nostro Patrono, San Costanzo e ci siamo ritrovati insieme per far memoria delle radici, ringraziare del cammino percorso e attingere nuova linfa per l’oggi della nostra Chiesa e della nostra Città. Con cordialità e riconoscenza salutiamo ciascuna delle Autorità presenti: possano sentirsi sostenuti dalla nostra stima e dalla nostra preghiera, e avvertire – specialmente nei momenti di fatica e solitudine – che il loro servizio nelle Istituzioni civili e militari contribuisce in maniera determinante a “salvaguardare e ad accrescere la condizione di pace e di tranquillità del popolo perugino”, come abbiamo auspicato ieri sera nella ‘Luminaria’.

Oggi a riunirci c’è anche un altro motivo. È la richiesta avanzata da un figlio di questa terra e di questa Chiesa, Claudio Faina: “Domando di essere ordinato sacerdote, impegnandomi a seguire in maniera ancora più stringente il Maestro e mettendomi a disposizione della Chiesa Perugino-Pievese per l’edificazione del Regno di Dio”.

Sono parole che suscitano un certo stupore: rispetto a un contesto che proclama che la felicità viene dall’abbondanza di beni materiali, tu, Claudio, ricordi a ciascuno di noi che questi, per quanto importanti, non esauriscono la domanda di vita che ci portiamo nel cuore. Ci testimoni che esiste altro: una verità che illumina il cuore e la mente, un amore per il quale vale la pena d’impegnare la vita. Tutta la vita.

In questa luce, la tua non rimane una rinuncia, come la ritiene il mondo; è, piuttosto, la risposta di chi non si accontenta di surrogati, ma chiede una vita buona, piena, eterna; una vita che hai intuito e trovato nell’incontro con il Signore Gesù.

“Non si contano le volte in cui non mi sono sentito all’altezza, in cui ho provato angoscia difronte ad una chiamata troppo alta per me…”, riconosci, ma subito aggiungi: “Il Signore, però, non mi ha mai abbandonato”.

Porta in mezzo alla nostra gente questo sguardo di fiducia.

Non abbiamo bisogno di eroi, ma di credenti umili, che si lascino continuamente plasmare dal Vangelo, fino a essere segno e strumento dell’amore di Dio tra gli uomini, capaci di comprenderne e di accoglierne le vicende, di accompagnarle con la preghiera e con la vicinanza solidale.

“Sento affiorare in me un desiderio di servizio sempre più profondo – scrivi ancora – da esercitare specialmente nel ministero della Riconciliazione per far sentire l’amore gratuito, immeritato ed incondizionato di Dio a chi torna a Lui”.

All’umanità, alla quale la nostra Chiesa ti invia, porta questa compassione; le tue mani si levino per benedire, per liberare dal peso della colpa, per aiutare a riconciliarsi con la propria storia ferita; prenditi cura delle persone che ti sono affidate; in mezzo a loro sii segno della presenza del buon Pastore.

Abbiamo bisogno di preti che vogliano bene alla gente, con generosità e senza alcun altro interesse.

Non temere e non perderti d’animo davanti alle difficoltà, all’indifferenza, alle critiche, specie se gratuite e ideologiche.

Non sentirti mai solo. Sappi riconoscere con gratitudine e non dimenticare mai quanti la vita ti ha posto accanto. Il primo pensiero va alla tua famiglia e, quindi, al Seminario, ai suoi formatori e ai tuoi compagni, a don Gino, il parroco che ti ha accolto.

A sua volta, la numerosa presenza di presbiteri e diaconi a questa celebrazione esprime una fraternità che è un bene essenziale. Non è un single, il presbitero; anzi, quando un prete si isola, perde la sua identità: può fare, allora, anche belle cose, ma rischia di legare più a se stesso che al Signore; di preoccuparsi più del consenso, che della verità; di essere servito, più che di servire…

Nella tua lettera, scavalcando ogni timore, concludi: “Penso che sia maturo il tempo per dire: Eccomi, manda me”.

Noi accogliamo con gioia questa tua disponibilità. Sentiti avvolto e sostenuto dalla preghiera e dall’affetto della Chiesa, dei confratelli, dell’intero popolo di Dio.

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