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INVIATO CITTADINO Il più perugino di tutti, ricordando Pasquale Lucertini

L’uomo che si era fatto da sé, con spirito di sacrificio. E che andava orgoglioso delle proprie umili origini

Ricordando Pasquale Lucertini a dieci anni dalla scomparsa. Il più perugino di tutti, l’uomo che si era fatto da sé, con spirito di sacrificio. E che andava orgoglioso delle proprie umili origini.

Ne aveva fatta di gavetta, Pasquale. E godeva a raccontarla. Ci parlava di quando vendeva macchine da cucire e batteva le campagne dove, per convincere le famiglie a comprare, anche pagando a rate, raccontava barzellette fino allo sfinimento.

Ne sarebbe passata di acqua sotto i ponti, prima dei successi dei negozi d’abbigliamento. Si divertiva a provocare qualcuno con la battuta: “Quanto vesti male! Vien giù da me che te do n’arpulita!”. Ed era complice con me, figlio di sarto. Pasquale era di un’eleganza naturale, che vestisse ripulito o sportivo.

Era un perugino amante del Dónca e fu ospitato più volte a raccontarci di sé e delle sue esperienze. Quando ricordammo la fortunata trasmissione “Qua e là per l’Umbria”, venne che si era appena operato. Portò con sé il professor Porena, con la Cinquecento rossa: lo aveva dimesso con un po’ di anticipo per farlo partecipare all’evento.

Venne anche quando demmo il premio al suo amico del cuore, il peruginissimo del Borgo Bello Enrico Vaime, col quale aveva condiviso momenti speciali: ospite per mesi a casa sua in Roma, quando Enrico soffriva di depressione (“dormivamo insieme – raccontava – per paura che facesse na cazzata”) e poi con lui in tournée nell’Adriatico.

Era attore nato, radiofonico e televisivo. Ricordo la scenetta con Mariella Chiarini (e un quadrupede asinino) per la pubblicità di un mangime. Diceva: “Quel somaro è bulo, intelligentissimo. Ci arconosce. Aspetta na carezza”. E, di Mariella: “Tenetevela stretta la Chiarini che, come lei, nn’arnascon piùe!”.

Ricordo ancora quanto gli era simpatico l’assessore Andrea Cernicchi. Ci intervistò al Santa Giuliana, al teatro Morlacchi. Insomma: era un nostro convinto partigiano. Ci adorava, perché letteralmente innamorato del lavoro sullo sdoganamento del dialetto, riportato a dignità culturale. Come a lui piaceva. Non solo “grezzate”, ma un dialetto che esprime l’amore, la gioia, il dolore, l’amicizia… la nostra storia. Bei racconti, e tristi, quelli di quando era stato bambino. Perché, a suo modo, continuava ad esserlo.

E con Pasquale era bello discutere della storia perugina, ascoltare le sue idee sul mondo e sulla vita, sulle gioie e le non poche amarezze che punteggiano l’esistenza di ognuno. Specie la sua. Era un uomo equilibrato e profondo. Altro che barzellette! Diceva: “Me piace fa l bucciotto, magari travestito da barbiere. Ma intanto la gente ascolta. E capisce”. Si sarebbe detta una vocazione pedagogica. Macché guitto. Altro che barzellette! Pasquale Amava il Grifo e aveva sempre da dire la sua, ma senza acredine.

Gli ultimi tempi andavamo, un gruppetto di amici, alla Pregiutteria di Giorgio Caporalini, dove Pasquale mangiava a volontà, forse anche troppo, e non si stancava di riascoltare le registrazioni che Gino Goti portava su con quell’apparecchio di dimensioni colossali: l’unico in grado di riprodurre le pizze che aveva raccolto dal cestino della Rai “sciupona”.

Indimenticabile, almeno per me, il funerale del nostro Pasquale alla chiesa di Santa Lucia. Parlai con Enrico Vaime, distrutto, sollecitandolo a un ricordo. Mi disse: “Pasquale m’ha fatto sempre ridere. Questa è la prima volta che mi ha fatto piangere”. Anche a me.

Sono passati dieci anni, il tempo giusto. È troppo chiedere l’intitolazione di una strada perugina al più autentico dei Perugini? Mettetevi una mano sulla coscienza è dite se, francamente, non lo merita. Perché Pasquale, uomo di spettacolo e di verità, era tutt’altro che un guitto. Altro che barzellette.

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