INVIATO CITTADINO Dieci anni dalla scomparsa di Alfio Galigani, maestro internazionale di jazz

Ciao, Alfio. La tua pietra tombale ti riporta concentratissimo a soffiare nello strumento. È così che la tua Perugia ti vuole ricordare

Dieci anni fa scompariva Alfio Galigani, uno dei ‘padri storici’ dell’insegnamento del saxofono nei conservatori Italiani. Figura di riferimento per il jazz perugino, nazionale e internazionale.

Di formazione rigorosa, Alfio (clarinettista, saxofonista e flautista) aveva iniziato gli studi nel 1933 al Liceo Musicale “Francesco Morlacchi” di Perugia, conseguendo poi il diploma di Clarinetto presso il Conservatorio di musica di Cosenza e quello di Saxofono al Conservatorio di musica di Bologna.

Aveva cominciato da giovanissimo (a 16 anni) l'attività concertistica nella musica leggera. A far capo dal 1946 ha collaborato in varie orchestre e gruppi nell'ambito classico, jazz e della musica leggera. Sax tenore solista nell’Orchestra di Radio Roma ’46, ha suonato con Maurice Chevalier in Francia nel ’48, con Stephane Grappelly nel ’54, sax tenore dell’Orchestra RAI-TV ’58 e con l’Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma nel ’65, sax baritono nell’Orchestra del Centro RAI TV, nell’Orchestra di S. Cecilia per concerti di Luciano Berio nel ’70…

Lo ricordiamo soprattutto come leader della Perugia Big Band, dal ’74 al ’79, organico costituito inizialmente da ‘amatori’ del jazz e raffinato da un fine lavoro di preparazione. Tanto che Thad Jones, capo orchestra e trombettista di fama mondiale, volle onorare la formazione perugina con un ricordo scritto, sul piacere di averli ascoltati prima della sua esibizione a Todi, per Umbria Jazz 1974.

La Perugia Big Band suonò pure con Tony Scott, che per vari anni era stato votato dalla più importante rivista di jazz americana come miglior clarinettista di jazz nel mondo.

Con la Big Band ci furono concerti e tournée in Romania, Germania, Cecoslovacchia. Canale 5 e RAI 1 ospitarono le loro esibizioni.

Nel 1981 fu conferito ad Alfio il Premio Internazionale "San Valentino d'oro" in qualità di jazzista.

Alfio Galigani aveva iniziato l'insegnamento del clarinetto nel 1974 presso il Conservatorio di musica di Perugia. In seguito (1975/76), gli verrà affidata la Cattedra di saxofono che manterrà fino al 1981, anno del suo pensionamento.

Un rammarico che lo tormentava fu quello di non possedere alcuna registrazione dei suoi concerti più memorabili.

Diceva di sé: “Sono nato a Perugia nel 1924 e a nove anni ho cominciato a studiare musica… Il virus del Jazz mi era entrato nel sangue. Andavo al cinema nascondendomi sotto le mantelle dei soldati. Non mi perdevo un film, specialmente se era musicale. Così ho visto e ascoltato la musica di tanti film americani con tante grandi orchestre, tante ballerine su enormi scenari luccicanti: Zigfield Follies, Follie di Broadway e tanti altri. Quella musica la sentivo come mia”.

Ricordava: “Le canzoni le imparavo subito e tornato a casa le cantavo in una lingua inesistente, ma che per me doveva essere "americana". Quando ho cominciato a studiare il clarinetto, dopo una mezz'ora di esercizi scolastici, cominciavo a suonare i pezzi che avevo imparato dai film. Lo spartito non mi serviva: tutto era dentro la mia testa… Ho cominciato a suonare e guadagnare con l'orchestra di Carlo Alberto Belloni, bravo pianista e bravo improvvisatore…”.

Raccontava: “Ho fatto un mio quintetto denominato Hot Gatto Nero, che alternava jazz a musica da ballo, di cui faranno parte i migliori musicisti umbri: Sandro Poccioli, Sergio Pierucci, Riccardo Laudenzi… Poi nel 1956 vengo chiamato da Garinei e Giovannini per far parte, come primo saxofono contralto e clarinetto dell'orchestra della grande rivista di Carlo Dapporto per due anni di seguito. Qui, tra gli aggiunti al teatro Sistina di Roma, ho conosciuto il saxofonista Gino Marinacci che allo scioglimento della compagnia mi ha portato in RAI con l'orchestra di Armando Trovajoli. I miei sogni hanno cominciato ad avverarsi. Dopo Trovajoli si sono succeduti tutti i maestri, dal più grande al più piccolo. Sono divenuto socio della U.M.R. (Unione Musicisti Romani) per le esecuzioni di musiche da film, concerti e dischi. In tanti anni di attività ho suonato tutto e con tutti sotto la direzione di maestri come Leonard Bernstein, Dimitri Tiomkin, Michel Legrand, Perez Prado, e tutti gli italiani”.

Questo e molto altro nel suo cursus honorum, fin quando una improvvisa sordità neurosensoriale di origine traumatica (i tanti anni a suonare in RA1 con le cuffie) ha messo la parola fine alla lunga carriera.

Diceva Alfio: “È una sordità bilaterale percettiva: non percepisco più i suoni nella loro precisa intonazione e questo dal 24 giugno 1982. Gli apparecchi acustici mi rendono il volume ma non la percezione”.

Con rammarico: “Avevo preparato il mio studio tutto insonorizzato con delle lampade colorate per godermi i miei 400 e passa dischi di jazz in santa pace nella vecchiaia e invece è tutto finito. Tutto avrei pensato meno che un giorno sarei divenuto sordo. Ho pianto tanto, poi...”.

 Concludeva: “Ma posso ancora suonare e suono. Si sa benissimo che il musicista di jazz quello che ha da dire lo ha dentro la sua testa e così o con il sax, o con il clarinetto o con il piano, non passa giorno che non mi faccio i miei chorus preferiti, che poi sono tantissimi”.

Notazione non marginale. Credo sia stata la vicinanza con Alfio a indurre nel cugino Carlo Pagnotta la passione per il jazz. E non mi pare merito da poco.

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Ciao, Alfio. La tua pietra tombale ti riporta concentratissimo a soffiare nello strumento. È così che la tua Perugia ti vuole ricordare.

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