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INVIATO CITTADINO Con Carla Schucani si perde per sempre uno scrigno di saperi e sapori

La missione di una vita al servizio della cultura e del buon gusto

Con Carla Schucani si perde per sempre uno scrigno di saperi e sapori. La missione di una vita al servizio della cultura e del buon gusto.

Si è spenta a 90 anni la luce di Carla: un faro, in questo pullulare di scialbe fiammelle. Tutte protese al successo mediatico e al guadagno. Quando, invece, Carla concepiva la cucina e la pasticceria come missione. Dimostrando come etica ed estetica, gusto e bon ton potessero riunirsi ad unità in una stessa persona.

Carla ha cominciato a morire quando si è dissolto il suo impero di gusto e di gusti. Quando la qualità non è stata più un valore. La cosa che la faceva inquietare di più consisteva nella perdita di gusto, nel fatto che la gente avesse disimparato a riconoscere il buono dal cattivo. E perfino dal pessimo.

Usava distinguere fra CARO e COSTOSO. Era solita affermare: “Le cose buone costano. Se mi si dice che un mio prodotto è caro, significa che la gente ha preso una ‘sòla’. Se invece affermano che un prodotto è ‘costoso’, significa che ne riconoscono la qualità e non si sentono turlupinate”.

Non amava i compromessi. L’ho vista, più d’una volta, chiudere il telefono a un cliente che chiedeva un banchetto, premettendo di non voler spendere. Allora sapeva essere spigolosa, perfino brusca. La pensavano allo stesso modo i vecchi dipendenti come Luca Pottini (suo braccio destro per la realizzazione delle sculture, di cui curava la struttura) o il fido Fernando (in foto col Bartoccio, creato da Carla per me, per l’Accademia del Dónca). 

FOTO - Con Carla Schucani si perde per sempre uno scrigno di saperi e sapori


(foto esclusive Sandro Allegrini)

Tanti gli aneddoti che sono in grado di raccontare. Qualcuno l’ho già proposto su queste pagine, ricordando l’amicizia di Carla con Monsignor Elio Bromuri e la… strana richiesta del sacerdote giornalista. 

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In altra occasione, sebbene gli affari non le andassero così bene, volle sponsorizzare un mio libro, definito “breviario laico perugino sulla santità”. L’aveva molto divertita. S’intitolava “… e lascia sta i santi”, Aguaplano editore, con una nota di Gerardo Gatti. Mettendolo in vetrina, più d’una volta. C’era un disegno, realizzato da Marco Vergoni, in cui si faceva una larvata pubblicità al suo negozio. Lo trovò eccessivo e disse: “Ci metto i soldi per l’amicizia e la cultura. Non per la pubblicità”. Insomma: non amava comprare quello che voleva ricevere per stima e amicizia.

Mi raccontava dei suoi e delle sue passioni, dei tempi della scuola e del play boy che godette in seguito delle grazie della Bardot (diceva “era un coglionotto”). Disponeva di ampia e generosa cultura classica e artistica, essendo peraltro artista militante.

Fra i tanti ricordi, qualche scatto esclusivo, fatto anche al laboratorio di piazzetta del Dado. Non amava farsi ritrarre, ma sul lavoro lo accettava, sebbene di malavoglia.

Un ricordo prezioso è quello che si lega ai 150 anni dell’Azienda e alla grande festa che volle regalare all’Accademia del Dónca, di cui condivideva lo spirito e le iniziative.

Al teatro Morlacchi preparò e offrì un rinfresco sontuoso. Due porchette, dolci e cioccolato per tutti. Volle realizzare anche il logo del Dónca (foto esclusive in gallery), insieme a Luca.

Era già venuta altre volte, ma in quell’occasione ci eravamo messi in tiro: entrambi in smoking, cachemire e seta. Accadde però un incidente: Carla, durante i preparativi, scivolò su un gradino, batté la fronte e si spezzò un incisivo (il particolare è evidente nello scatto in pagina). Quando la vidi a terra, sofferente e ferita, mi si gelò il sangue. Pensai che dovesse saltare tutto. Lei, invece, esclamò: “Non sarà questo a fermarmi”. C’era anche la sua fida compagna e i tanti collaboratori. Non arretrò di un millimetro.

Lo spettacolo, e il ricordo, andarono in esecuzione. Fu una giornata indimenticabile. Ne ammirai la forza, la decisione, la coerenza, il rigore. Per tanto tempo le feci visita quasi tutti i giorni e commentammo con ironia certi atteggiamenti… dei quali magari parlerò un’altra volta.

Quello che mi colpisce è la solitudine in cui, mi si dice, ha vissuto ultimamente. Orami estranea al mondo, ai (dis)valori che si è sempre rifiutata di condividere. Dopo l’aggravarsi della sua malattia, non l’ho più vista. Ho preferito conservarne il ricordo di persona attiva e generosa. Ruvida, ma dal cuore infinitamente dolce.

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