Quella delibera del Comune dice il falso… per incompetenza linguistico-lessicale, ma ecco come andarono le cose

Ce ne siamo accorti in occasione dell’incontro in IV Commissione consiliare

Gianfranco Bottaccioli accanto alle macchine di Tilli, appena recuperate dal fango di Balanzano (foto esclusiva Sandro Allegrini)

Quella delibera del Comune dice il falso… per incompetenza linguistico-lessicale, per insipienza. E i conti non tornano.

Ce ne siamo accorti in occasione dell’incontro in IV Commissione consiliare. Eravamo stati invitati, in quattro, come “persone informate dei fatti”. C’era Lydia Tilli, unica figlia dell’anarchico Brenno, noto come “signor NO”, in ragione della sua ostinata intransigenza. Oltre a Mario Zucchetti, ex giovane di bottega del famoso litografo. Fra i “convocati”, Benedetta Pierini, autrice di un bel libro sulla famiglia Tilli, e l’Inviato Cittadino che una decina di anni fa svelò alla città un’insopportabile vergogna: quelle preziose macchine litografiche, quel torchio rarissimo, quelle pietre incise da Brenno giacevano neglette tra la melma in un campo di Balanzano. Fu uno scoop giornalistico, propiziato dagli amici Marcello Catanelli e Gianfranco Bottaccioli (in foto), ai quali deve riconoscenza non solo l’Inviato Cittadino, ma l’intera città. Ne venne uno scandalo cui si cercò di rimediare maldestramente. Ma il danno era ormai fatto. Macchine e pietre furono frettolosamente portate al Pian di Massiano, presso la depositeria del Comune. Vennero ricoperte alla meglio e lasciate al loro mesto destino. All’epoca, un collezionista di città di Castello si propose per restaurare di quei beni, ma la richiesta rimase lettera morta: dal Comune niente si mosse.

Eppure quelle macchine – alla morte di Brenno – erano state consegnate in piena efficienza, se è vero che per alcuni anni furono utilizzate dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti, a San Francesco al Prato, per esercitazioni di tipografia e di grafica. Poi i lavori edili alla chiesa di San Francesco richiesero l’uso di quei locali, tanto che le macchine e un centinaio di pietre litografiche furono portate in un capannone e poi sfrattate, per finire, a deteriorarsi, tra la melma di un campo.

Il consigliere Tommaso Bori torna sulla questione e la Commissione si attiva. Nel corso di una prima riunione, nulla di fatto: anzi, posizioni rigide. La convocazione del giorno 25 settembre perviene invece a decisioni concrete e unanimi, sui cui sviluppi avremo modo di tornare.

Ma dove sta l’equivoco che genera comprensibile disagio? Sono in ballo ben 13 milioni delle vecchie lirette! Ma chi ha pagato chi? La famiglia – ossia la figlia Lydia – non ha visto (e non l’aveva nemmeno richiesto) il becco di un quattrino. Aveva semplicemente e generosamente “donato”.

Sta di fatto che la delibera, datata 28 febbraio 1991, parla falsamente di “acquisto” di materiali, fra i quali il torchio “a stella” di fine Ottocento, la stampatrice del 1913 e le circa 100 pietre litografiche.

In Commissione, la signora Lydia Tilli, all’udire questa falsità del denaro (mai sollecitato né visto), è letteralmente saltata sulla sedia. Lei, unica erede di Brenno, non ha visto nulla di quei 13 milioni del cosiddetto “acquisto”. Allora spieghiamo come sono andate le cose: non di acquisto, ma di acquisizione è corretto parlare. E, se vogliamo chiamare le cose col loro nome, si tratta propriamente di una “donazione”, ossia di un regalo fatto non solo al Comune, ma alla città e ai cittadini della Vetusta. Dunque, chi ha compilato e sottoscritto quella delibera ha palesemente dichiarato il falso. Anche se è evidente che lo abbia fatto per ignoranza della lingua italiana, ritendendo equivalenti i termini “acquisto” (che vale “comprare”) e “acquisizione” (che significa “far proprio”). Infatti, le macchine furono smontate dalla tipografia di Tilli, portate alle aule dell’Accademia e lì rimontate. Il che comportò l’impegno del trasporto e il compenso al meccanico specializzato che smontò e rimontò. Il Comune, insomma, non pagò l’acquisto, ma l’acquisizione. E non “comprò”, ma ricevette in dono.

Mettiamo nel conto il successivo onere per portare quelle macchine e quelle pietre a Balanzano e, successivamente, al Pian di Massiano. Sono stati utilizzati mezzi speciali di una nota ditta di trasporti. E sono stati spesi denari sonanti. Malamente.

Insomma, a conti fatti: tanti soldi per non avere niente. Dato che quel mucchio di ruggine e quelle pietre maltrattate sono oggi ridotte all’ecce homo. L’unica speranza di recupero è affidata all’Art Bonus. Credo di non sbagliare se affermo che i perugini metterebbero volentieri mano al portafogli per recuperare le macchine di Brenno.

Ma c’è una notizia dell’ultimora. L’Inviato Cittadino, la figlia e l’aiutante di Brenno, sono stati invitati – mercoledì 12 dicembre – presso la depositeria dove quei materiali sono da anni appoggiati. Per fare che? Ve lo racconteremo post eventum.

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