Quando la Fiera dei Morti era “di Ognissanti” e perché quei miscredenti dei Perugini le cambiarono nome

L'inviato cittadino Sandro Allegrini ricostruisce la storia della fiera più amata dai perugini. Le curiosità

Una tradizione che si mantiene e, con leggere varianti, si rinnova. Ma una volta la Fiera dei Morti era “di Ognissanti” e i Perugini le cambiarono nome. Come mai? Non amavano i santi? I santi sì, ma il pontefice molto meno. Anzi: per niente. La spiegazione è semplice, perché non sono di certo un mistero le frizioni fra la Città del Grifo e il Papa re. Si pensi alla guerra del Sale e alla costruzione della Rocca urbana, voluta da Paolo III Farnese, “ad perusinorum reprimendam audaciam”. Sussurri e grida, rivolte e sussulti laicisti, legati all’intolleranza verso il potere clericale. Da qui la sicura ambizione di andare in paradiso a dispetto dei santi e dedicare la fiera al culto dei defunti. Che almeno erano persone care.

Furono proprio i benedettini (molto autorevoli nella Vetusta) a indicare il 2 novembre come giornata da dedicare alle preghiere per i cari estinti. Ma non si era ancora al delirio di Halloween. La nostra Fiera fa capo almeno al XIII secolo ed è la più antica. Più di quella del Perdono di Assisi. Ed era anche la più lunga, giungendo fino a San Martino, ossia all’11 novembre, fra castagne e vino nuovo, spillato dalle botti borbottanti. Fra compra vendita di buoi cornuti, forza motrice di
carri agricoli e aratri.

Fin d’allora si vendeva un po’ di tutto: dai prodotti agricoli ai manufatti artigianali. E ancora continua la presentazione di mirabilia per fare lavori e lavoretti. Con l’avvertenza che il geniale aggeggio, portato a casa, certe volte non funziona. A me succede quasi sempre. Tanto che ho deciso di non fare l’Inviato Cittadino al Pian di Massiano. Un tempo, oltre alla vendita di prodotti di consumo, si svolgevano giostre, tornei, esibizioni di giocolieri e saltimbanchi. E c’era anche un discreto mercimonio sessuale. Si sa: quando il soldo gira. Per un po’ – finché non fu vietato con apposito editto (vedi, in proposito, l’iscrizione sotto le logge della chiesa cattedrale) – si svolgeva anche il gioco del toro, certamente crudele, ma fonte di approvvigionamento alimentare per il popolo.

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Alla fiera erano attivi cantastorie, gente di teatro, avventurieri, viaggiatori, affabulatori e… borseggiatori. Come accade ancor oggi. Per cui, il miglior consiglio è quello di tenere gli occhi aperti e le borse chiuse. Tutti gli anni, le denunce presentate rivelano il proseguire della tradizione furtaiola. Per il resto, le sedi, le merci, le attività e gli espositori sono in linea con la tradizione degli anni più recenti. Perché, in fondo, tutta la fiera è un teatro. Più o meno come la vita.

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