Povertà in Umbria, l'esperto: "Situazione critica. Rafforzare studio, formazione e il rapporto tra scuola e mondo del lavoro"

Il direttore dell’Osservatorio diocesano perugino sulle povertà e l’inclusione sociale, Grasselli, sugli ultimi dati: in regione 55mila famiglie in stato di povertà, l'incidenza più alta del Centro Italia

La situazione povertà in Umbria è allarmante, la peggiore del Centro Italia secondo l’economista Pierluigi Grasselli, direttore dell’Osservatorio diocesano perugino sulle povertà e l’inclusione sociale. In autunno sarà reso noto il Rapporto sulla povertà della Caritas diocesana in occasione della Giornata mondiale dei poveri indetta dal Papa. Intanto le anticipazioni dell'economista che tratteggia un quadro non certo roseo, ma definisce anche come poterne venire fuori.

Per Grasselli c'è una luce in fondo al tunnel, la possibilità di individuare "possibili percorsi per migliorare la situazione complessiva della regione, con effetti positivi anche sul contrasto alla povertà.  Va in questa direzione, ad esempio, rafforzare studio e formazione nei giovani, e i rapporti tra scuola e lavoro (penso ai risultati altamente positivi degli Istituti Tecnici Superiori) per accrescere produttività e capacità innovativa. E’ opportuno inoltre potenziare le capacità gestionali delle imprese più piccole, anche favorendone l’aggregazione in reti e accordi di collaborazione con le imprese di maggiori dimensioni, promuovere la concessione di prestiti alle imprese che propongono progetti significativi, rafforzare le piccole imprese (start-up) innovative, già numerose in regione. E, in una regione ad elevata vocazione turistica quale l’Umbria, può essere importante agire sui fattori attrattivi dei flussi turistici, in specie dall’estero".

Ma qual è la situazione, tanto in Umbria quanto in Italia? La regione si colloca in fondo alla classifica dell'area centrale del Paese. "I dati dell’ultimo Rapporto Istat sulla povertà in Italia – evidenzia Grasselli – confermano la rilevanza e l’intensità della povertà nel nostro Paese. Si stimano per il 2018 in Italia oltre 1,8 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta, con un’incidenza pari al 7,0%, per un numero complessivo di 5 milioni di individui (8,4% del totale). Pur rimanendo ai livelli massimi dal 2005, si arresta dopo tre anni la crescita del numero e della quota di famiglie in povertà assoluta. Le famiglie in condizioni di povertà relativa in Italia nel 2018 sono un po’ più di 3 milioni (11,8%), quasi 9 milioni di persone, mentre in Umbria risultano coinvolte 55 mila famiglie (l’incidenza è del 14,3%), è il dato peggiore del Centro Italia, e il 14,7% dei minori si trova in gravi condizioni".

L’emerito di economia presso l’Università di Perugia osserva che "in ogni caso questi dati, dinnanzi alla persistenza invariata del fenomeno, pongano il problema di verificare l’efficacia dei provvedimenti adottati al riguardo in Italia in questi ultimi anni (dal Sostegno all’Inclusione Attiva, al Reddito di Inclusione, al Reddito di cittadinanza), e richiamino alla complessità del problema, e dell’impegno multiforme, coordinato, personalizzato, richiesto per contrastare povertà ed esclusione sociale. Invece del semplicismo, della superficialità e della faciloneria con cui da più parti si tende a presentare la questione".

Grasselli cerca anche di «utilizzare alcune indicazioni fornite dal Rapporto Istat per comprendere quali considerazioni possano trarsene, sulla intensità della povertà che si presenta presso il Centro di Ascolto dell’Archidiocesi di Perugia-Città della Pieve, tenendo conto di alcune caratteristiche degli utenti del Centro, registrate in questi ultimi anni.  "Mi riferisco - spiega - all’importanza della convivenza nei nuclei familiari, quale risulta dai dati rilevati presso il suddetto Centro di Ascolto; il dato Istat 2018 per l’Italia registra a tale riguardo l’incidenza di povertà assoluta più elevata proprio tra le famiglie con un maggior numero di componenti (8,9% tra quelle con quattro componenti, e raggiunge il 19,6% tra quelle con cinque e più). Un’altra tendenza dei dati Caritas suddetti è costituita dall’elevata diffusione di titoli di studio di livelli entro la media inferiore; dal dato Istat 2018 risulta che l’incidenza della povertà si attesta su valori attorno al 10,0% se si ha al massimo la licenza di scuola media; se invece la persona di riferimento ha un titolo almeno di scuola secondaria superiore il valore scende al 3,8%".

Il direttore dell’Osservatorio perugino si sofferma anche sulle "indicazioni provenienti dall’ultimo Rapporto annuale di Bankitalia (Banca d’Italia, L’economia dell’Umbria nel 2018, Roma, 2019)", perché "possono aiutare a comprendere la persistenza e l’intensità della povertà nella nostra regione. Come ricorda il Rapporto, l’Umbria è stata colpita nel lungo svolgimento della crisi da una forte contrazione dell’attività economica: tra il 2007 e il 2014 il valore aggiunto regionale si è ridotto del 16.7% (-7,7% nella media italiana). Nel 2018 il valore aggiunto umbro era ancora inferiore del 14,6% rispetto ai livelli pre-crisi (3,4% in Italia) (17). Nel 2018 la crescita dell’attività economica umbra continua ad un ritmo modesto, inferiore a quello dell’Italia. Alla ulteriore espansione delle esportazioni si è contrapposto l’indebolimento di consumi e investimenti. La produzione industriale ha mostrato un progressivo rallentamento".

"Tra i fattori strutturali che ancora frenano lo sviluppo dell’economia locale – rileva Grasselli – figurano la bassa produttività del lavoro e il contenuto grado di innovazione delle imprese.  Nel 2018, la produttività del lavoro in Umbria era nel complesso inferiore di 14 punti percentuali rispetto a quella italiana. La flessione è stata particolarmente intensa nell’industria in senso stretto (con un ritardo rispetto al dato italiano divenuto nel 2014 superiore ai 20 punti percentuali). Un altro fattore importante della crescita del prodotto, dell’occupazione e del benessere, è dato dalla capacità innovativa. In termini di marchi e di domande di brevetti, presentate allo European Patent Office delle imprese, la regione si collocava nel 2014 molto al di sotto della media nazionale: questo risultato riflette una struttura produttiva basata su imprese tradizionali di piccole dimensioni, con una ridotta presenza di produzioni a media e alta tecnologia. La spesa in R&S degli operatori pubblici e privati regionali era pari all’1,0% del prodotto lordo (1,3 in Italia)".   

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