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Peruginerie - memorie perugine ai tempi della scuola, l'Istituto Don Bosco e il ricordo di Marco Nicoletti

L’Istituto era considerato, al tempo, scuola d’eccellenza per la qualità dell’insegnamento, oltre che per il vantaggio del tempo pieno. In quella scuola non si teneva conto di alcuna distinzione sociale

PERUGINERIE. Le memorie perugine dei tempi della scuola stanno suscitando ampio interesse. E sono diversi i lettori che mandano all’Inviato Cittadino ricordi utili a delineare uno spaccato di vita urbana, non solo scolastica. Stavolta ci sollecita alla pubblicazione un pezzo magistrale, uscito dalla penna, dalla memoria e… dal cuore dell’amico Marco Nicoletti.

La scuola di cui Marco rievoca cartoline, costumi, personaggi e spigolature è l’Istituto Salesiano Don Bosco, una delle colonne della formazione morale e culturale dei giovani della Vetusta (ometto volutamente quella religiosa, per non far torto a nessuno). Insegnamenti, metodologie didattiche, ispirazioni pedagogiche, rapporti umani che conservano tuttora una indiscutibile validità.

Sandro Francesco Allegrini

A scuola dai preti. Fummo mandati, mio fratello  ed io, a scuola dai preti ai tempi del ginnasio. Colpito dall’entusiastica descrizione della scuola fattagli dal figlio di un conoscente che già la frequentava, mio padre ci iscrisse entrambi all’Istituto Don Bosco di Perugia.

Scuola d’eccellenza. Quell’Istituto era considerato, al tempo, scuola d’eccellenza per la qualità dell’insegnamento, oltre che per il vantaggio del tempo pieno. In quella scuola non si teneva conto di alcuna distinzione sociale: era indifferentemente frequentata da tutti coloro ai quali le famiglie aspiravano fosse impartita un’istruzione ritenuta più completa di quella possibile in una scuola pubblica.

Il convitto, anni Cinquanta, dove c’era di tutto. Il convitto - costruito negli anni ’50 grazie alla donazione di un benefattore - era situato nel grande complesso di Viale Pellini. Si trattava di una struttura razionale, luminosa, dotata di aule accoglienti, un teatro, un cinema, sale da gioco e ristoro, cortile, campo da calcio, basket, tennis. In quell’ambito si trascorreva gran parte della giornata: dalle aule si passava alla mensa, ai campi da gioco, allo studio pomeridiano e soltanto alle sei del pomeriggio si faceva ritorno a casa.

La mensa come momento di vivace socialità. Il momento di maggior euforia nell’arco della giornata si aveva quando, terminate le lezioni, ci si affollava nella sala mensa per il pranzo, servito dopo la recita di una breve preghiera. Seduti a tavola, le grandi porte della cucina si aprivano e il mangiare entrava in sala su imponenti carrelli d’acciaio spinti dai cucinieri. Quello del pranzo era, per quanti avevano il compito di sorvegliarci, un momento delicato, perché esplodevano le energie di un centinaio di ragazzi “prigionieri” in cinque ore di aula; eravamo pertanto vigilati dal ‘prefetto’ in persona e da uno studente sardo, che in tal modo si pagava gli studi all’Università.

Quell’assistente e i suoi… strani giri. Nella cucina, per noi ragazzi, era proibito entrare. Libero accesso lo aveva invece l’assistente, che vi faceva continuamente avanti e indietro, senza un motivo apparente. Uscendone fuori ogni volta leggermente imbarazzato, con uno sguardo colpevole.

Chissà cosa andava a fare? Tanta era la nostra curiosità, da indurci a decidere  di seguirne i movimenti. Quel compito toccò a me. Detto fatto. Appena vidi l’uomo, con il suo passo trotterellante, avviarsi verso la cucina, gli andai dietro e, per la prima volta, superai le fatidiche porte metalliche.

Una cucina da sogno. La cucina era fantastica: tra le tante cose interessanti, c’era una cella frigorifera rossa e verdina, massiccia come la cassaforte di Paperon de Paperoni. Dentro le credenze verdine, come mobili da sacrestia, erano contenute caraffe, bottiglie, bicchieri.

Il personale come l’umanità di un quadro di Bruegel. C’era il cuoco, basso, curvo, con i lineamenti da cinese (pareva uno di quei bambini nani presenti nelle tele Bruegel). Collaboravano al servizio sua moglie, baffuta, e un vecchio inserviente, da tutti chiamato “Borgia”, addetto ai fuochi, che pareva Vulcano tra le sue forge.

E l’assistente cosa combinava? Peccati di gola. Se ne stava in un angolo del grande tavolo centrale, inginocchiato su una sedia con una sola gamba, come pronto a uno scatto improvviso. Sul tavolo aveva un piatto colmo di lucide olive nere, cetrioli sott’aceto grossi come zucchini, dei mezzi funghi sott’olio mai visti alla nostra tavola e altri… sfizi che andava ingollando avidamente. Pareva un bandito,  pronto a darsi alla macchia al minimo fruscio di foglie. Quella incontrollabile voracità ferina, mista a una sorta di infantile golosità, contrastava con l’abituale forma contegnosa che il suo ruolo gli imponeva.

Che fare? Meglio fingere di non aver visto. Scovarlo coinvolto da una così meschina debolezza mi dispiacque e, immaginando la vergogna che avrebbe provato nel vedersi scoperto, prima che mi notasse, tornai cautamente al mio tavolo.

Un ricordo fra i tanti, ma un quadro che resta. Ma questo è soltanto uno dei molti quadri che potrebbero dipingersi, ricordando quegli anni. È forte l’impressione che oggi rimane di quel tempo, di quelle persone, delle auree persistenti che avvolgevano quel mondo e che sono ancora lì, immutate. Ebbene, l’impressione percepibile ogni volta che, per curiosità, si torni a passeggiare su quella grande terrazza è tutta descritta da una definizione che Bruno Toscano utilizzò, anni fa, per descrivere la singolarità di un paesaggio: “Luogo eccettuato”! Tale era, e spero che resti, il Don Bosco di Perugia!

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