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PERUGINERIE Gorino e la 'Beffana'. La follia creativa del libero pensatore di via dell’Oro

“Eroe senza lapide”, il Don Chisciotte svitato del Borgo d’Oro, il 6 gennaio amava vestirsi da Befana, con irridente autoironia

Gorino e la 'Beffana'. La follia creativa del libero pensatore di via dell’Oro nelle sue mille trasformazioni. “Eroe senza lapide”, il Don Chisciotte svitato del Borgo d’Oro, il 6 gennaio amava vestirsi da Befana, con irridente autoironia.

Gerardo Gatti, che lo difese da giovane di bottega dell’avvocato Parlavecchio, ne parlava con competenza. Questa delle metamorfosi era una vera fissa dell’Erasmo della Lungara.

La mattina dell’Epifania, con puntualità svizzera, il Gorino (al secolo Vittorio Gorini) si presentava in piazza Grande in “autoletto”, sopra un trabiccolo costruito con pezzi riciclati e, in abiti da vecchietta, lanciava caramelle e sparava amenità. 

La foto in pagina lo ritrae in vesti da Beffana con Ciccillo (primo a sin.), il giornalaio strillone dalla voce di velluto (cantava sempre “Mamma”, come ricorda il poeta Claudio Spinelli), anche lui povero, emarginato, “diverso”. Anche lui finito al Seppilli, come tanti altri, come Straccivarius (Silvano Cenci), il musicista poeta delle declamazioni. 

FOTO - Gorino e le sue mille trasformazioni: la follia creativa del libero pensatore

Tra le sue invenzioni, la doppia borraccia per bere e fare pipì, la spiaggia ambulante (ombrellone sul sellino della bici), l’autogabinetto a motore, la trappola elettrica per topi, il focolare semovente, l’alimentazione elettrica con dinamo a pedale.

Sportivo (ciclista appassionato, spesso in calzoncini e maglietta da competizione), non fumava, coltivando solo il tabacco “chinato”, ossia quello delle cicche raccolte per terra e riciclate per vendere sigarette rifatte.

Viveva in quella stradina cul de sac dal 1923. Quel piccolo antro conteneva rimasugli di consumo, materiali da riciclo con cui realizzava le sue creazioni da “inventore pazzo”, come lo chiamò Ugo Gregoretti, regista e intellettuale capitato per caso a Perugia.

Perugia non lo amava, ma ne rideva e lo dileggiava. Era per tutti “quel matto del Gorino” e lui si era perfettamente adattato al ruolo. E lo alimentava con le sue stranezze, diffondendo le proprie massime, pillole di filosofia spicciola, anche in veste di nastri registrati, poi raccolti dai cultori della sua memoria.

Alcuni perugini arguti (fra in quali il farmacista di piazza Fortebraccio, Lodovico Vitali e l’antropologo Angelo Fanelli) ne mantenevano la memoria con un giocoso premio all’invenzione creativa, ora abbandonato (peccato!).

Quando Vittorio fu ricoverato in ospedale, la sua catapecchia venne saccheggiata delle misere cose che conteneva.

Ormai in cattiva salute, ricoverato al Seppilli, Gorino chiese al Comune che la casa di via dell’Oro divenisse museo. Renato Locchi ci provò, ma non se ne fece nulla. Si disse che i 30 milioni necessari per l’acquisto di quella bicocca erano troppi e che il Museo della Stravaganza era una vergogna per Perugia.

Così si è rimossa la figura dell’uomo che si dichiarava in grado di esercitare ben 27 mestieri, ma solo “se ci aveva voglia”. “Voglia de lavorà… sàlteme adòsso. Vience tu, che io non posso”, usava ripetere.

Fra le icone in gallery mi piace proporre il ritratto che di Gorino fece la pittrice perugina Michela Peccini, cogliendone anche la fisionomia interiore.

Il suo aureo principio era “FATE POCO. E che il poco sia un po’ più del NIENTE, ma molto meno del TANTO”. Perché l’ozio è salute, il lavoro… malattia.

Ecco, nel giorno della Befana è giusto ricordare il Gorino, con le sue stravaganze, le sue follie. Perché, nel coro, anche lo stonato può starci bene.

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