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Perugia onora Giuseppe Fioroni: camera ardente allo studio, funerale in cattedrale

Tantissimi gli amici accorsi a salutare il caro Beppe, artista immenso, uomo di straordinaria generosità e di strabordante umanità. Tutto fatto come… avrebbe voluto

Perugia onora Peppe Fioroni con un accorato, ultimo saluto. Camera ardente allo studio. Funerale in cattedrale. Momenti di serena commozione, ma senza piagnistei. Il dolore, quando è profondo, fatica ad emergere e sceglie di restare “in interiore homine”. Celebrazione toccante da parte di don Giuseppe Piccioni, che di Beppe fu amico. Un rosario di ricordi, un quadro donato e i suoi significati reconditi. Un dialogo aperto, da prete ad artista, da Giuseppe a Giuseppe.

Tantissimi gli amici accorsi a salutare il caro Beppe, artista immenso, uomo di straordinaria generosità e di strabordante umanità. Tutto fatto come… avrebbe voluto. Posso dirlo con cognizione di causa.

Gli amici, tanti, rappresentanti del mondo politico, dipendenti e collaboratori, il mondo dell’arte declinato attraverso le figure più rappresentative. Visibilmente sofferente il suo editore di riferimento e amico Fabrizio Fabbri, all’ingresso dello studio, a testimoniare una vita di imprese artistico-editoriali, una serie di prodotti di raffinata fattura dei quali menar vanto.

L’enorme studio costellato delle sue opere: dipinti, sculture, cappelli e tavolozze. Silloge mirabile delle “opere e i giorni” di questo indimenticabile maestro.

In fondo, sulla pedana dove appoggiava leggio e casse musicali (prima del grande tavolo di lavoro, dei cavalletti, del plotter, del computer, di tubetti di colore e pennelli) i suoi strepitosi organetti. Di colori vivaci, specie rossi, di tutte le dimensioni. In memoria di una passione inesausta: quella della musica popolare, custodita nello scrigno prezioso della sua indefettibile memoria. Parole e musica, tante volte proposte agli amici e a qualche allievo, qui venuto per imparare i segreti di uno strumento che sono in pochi a suonare. Uno strumento piccolo che Beppe abbracciava con vigore e tenerezza, che serrava agli avambracci e toccava con le sue dita grandi, forti e delicate, che non sbagliavano mai il tasto sul quale appoggiarsi. Se una volta gli accadeva di “scivolare”, Beppe faceva una storta di bocca e si riprendeva. Come si dice in gergo, “rientrava”. E poi il canto, qualche ritornello ambiguo e allusivo, mai sboccato, che chiamava certe cose in complice metafora, raccontando il piccolo mondo antico dell’aia e del ballo nella grande cucina rustica, col suonatore seduto sulla “mattra”: gli amori, i saperi, i sapori che Beppe riusciva ad evocare anche in quanti non li avevano conosciuti.

Poi il funerale in San Lorenzo. La cattedrale, mutilata di posti, è assolutamente inadeguata ad accogliere la pletora di persone accorse per l’ultimo saluto. Gente fuori, a parlottare e a ricordare Peppe col sorriso. Perché è certamente quello che avrebbe voluto. Esaltare la vita con l’amore e con l’arte: è sempre stata la sua missione di poeta e di uomo.

Stamane, infine, la cremazione. Il corpo e anche il cappello colorato. Insieme anche di là. I familiari e pochi amici. A riprova del fatto che la materia non conta. Prevale lo spirito. Quanto resta per sempre.

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