Perugia in lutto, è morto Giuseppe Fioroni: il ricordo dell'Inviato Cittadino

Beppe era depositario di un sapere antropologico di alta caratura. Conoscenza approfondita del mondo contadino dal quale rivendicava orgogliosamente di provenire

foto esclusiva Sandro Allegrini

Scompare Giuseppe Fioroni, persona in cui si riducevano ad unum rare doti di arte e umanità. Arte declinata nei linguaggi della pittura, della musica (organetti, cornamuse…), della letteratura, della produzione ceramica e delle realizzazioni su stoffa. Beppe dipingeva foulard e cappelli, cravatte e pochette, mascherine e oggetti d’uso. Esaltando il materiale più umile, o nutrendo quello di pregio, coi cromatismi urlati di una straordinaria vitalità. Una velocità d’esecuzione incredibile, appresa alla scuola del sodale Manlio Bacosi. Una fantasia sbrigliata che sgorgava dal cuore e dalla mente, e che lo rendeva specialmente vocato a raccontare un mondo popolare, a rendere onore all’universo dei vinti. Quello da cui proveniva e dal quale si era liberato col suo lavoro. Ma senza rinnegarlo. Così, nelle tele come nelle ceramiche, si dipanano immagini di artisti di strada e circensi, nani e fattucchiere, popolani e dervisci, preti e prostitute, maghi e sirene, giullari e regnanti, pesci e uccelli. Era amico di tutti e generoso, Beppe. Generosità che si traduceva in doni agli amici, ma anche a chi non conosceva. Un foulard a una signora, una fisarmonica a un artista rumeno di strada.

Beppe era depositario di un sapere antropologico di alta caratura. Conoscenza approfondita del mondo contadino dal quale rivendicava orgogliosamente di provenire. Canti, detti, tradizioni, storie e storielle, modi di stare al mondo posseduti con memoria prodigiosa e regalati ad ogni concerto, pubblico o privato. Lo misi in contatto col musicista Mirco Bonucci che ne raccolse, e pubblicò, le musiche e i canti. Suonava in gruppo, spesso con gli amici Marcello Ramadori e Norberto Paolucci, alla voce Mariella Chiarini. Cantava, pure, facendo anche il verso degli animali. Pasquelle e trescone, canti della Valnerina e del contado perugino, dell’aia e della cantina, non avevano per lui segreti.

Amava il dialetto e fu uno dei sostenitori della mia Accademia del Dónca. D’accordo con l’assessore Leonardo Varasano gli assegnai, e consegnai, il premio alla cultura come personaggio della più autentica peruginità.

Beppe era dotato di un umorismo che intrecciava spiccata autoironia e dazionale filantropia.

L’umanità rispondeva alla sua innata e forte vocazione al bene. Giovare agli altri era per Beppe come respirare. E il bene lo faceva senza dirlo, come in Malawi, dove finanziò e rese attiva una scuola di arti e mestieri a favore di quelle popolazioni bisognose di tutto. Il bene che ha fatto fino ai suoi ultimi giorni di vita, in relazione alla tragedia coronavirus, prima che un destino crudele lo carpisse agli affetti amicali e familiari. Era nato povero, Beppe e, inflessibile solo verso se stesso, si era mostrato in grado di costruire, col duro lavoro, un impero di benessere e dignità. Non solo per sé.

Beppe è stato un grande animatore della vita culturale locale e nazionale. La Galleria Artemisia di via Alessi, affidata alla compagna Rita Giacchè, è stato un polo di promozione artistica sempre attivo. Ne ha sopportato i costi economici e operativi, con la fierezza di porsi come credibile interlocutore. Numerosi gli artisti da lui promossi e lanciati. Sempre senza chiedere un quattrino.

Ha fatto mostre in tutto il mondo, seguito e apprezzato da critici come Sgarbi e Daverio. E, più modestamente, dal sottoscritto con cui collaborava in un clima di stima e di amicizia. Sempre seguito da Fabrizio Fabbri per cataloghi e brochure, di impeccabile eleganza e squisita raffinatezza.

Beppe inventava iniziative e io lo seguivo sempre con entusiasmo: come nella recente mostra sugli urinali, un tema che sviscerammo sul piano storico e antropologico. Senza vergogna, ma sdoganando un accessorio ritenuto innominabile. E realizzò mirabilia.

Gli ho curato un libro (scritto a quattro mani con Flavia Cerasa Mariotti) sul cibo associato ai colori e corredato da una serie di tavole dipinte col suo stile inimitabile. Ci siamo divertiti.

Beppe, a sua volta, seguiva le mie iniziative. Come quando realizzò in poche ore un grande sipario per il mio “Pinocchio perugino”. E venne pure con la Compagnia di Pinocchio a piazzetta Podiani o nei teatri umbri a interpretare il ruolo di Mangiafuoco, con un cappellaccio in testa, un mantello nero, imbracciando un organetto. Mia moglie Rita, da dietro le quinte, faceva da suggeritrice e si dannava perché Beppe reinventava continuamente la parte, ridendo e facendoci ridere. Di gusto.

Beppe era uno spiritualista convinto. Dotato di poteri medianici positivi e conoscenze esoteriche, credeva in Dio e nell’immanenza del divino. Amico di medium e di sacerdoti, di intellettuali e popolani, era dotato di una speciale sensibilità che gli faceva comprendere l’indole delle persone ancor prima di conoscerle.

Beppe era anche scrittore (lascia un libro di massime e aforismi), sensibile alla bellezza e ai valori gnomici e gnoseologici. Sempre innamorato della bellezza e dell’amore.

Un concentrato di saperi. E di sapori. Conosceva i cibi e le loro proprietà. Era capace di allestire una tavola con preparazioni creative o legate alla tradizione. Gourmet raffinato e insieme popolare, enologo diplomato. Aveva a lungo operato con successo nel campo degli alimenti e delle bevande, creando un colosso della distribuzione. Stare a tavola con Beppe era uno spasso, non solo per il cibo. A volte, usando vino e cibo, cenere di sigaretta e penna biro, realizzava capolavori come uno specchio etrusco o dei suonatori di jazz, una predica agli uccelli o prostitute in attesa sotto un lampione. Conservo tutto con gelosa cura. Gli chiedevo una copertina e la realizzava in mezz’ora, come quella per “La giostra” a favore del parkinson.

Bon vivant, giocherellone e amante della bellezza, Beppe si circondava di oggetti e persone di valore di cui esaltava i meriti e le capacità con costante altruismo e incredibile generosità.

La sua vita è stata segnata da alcuni grandi lutti e dolori, ferite al corpo e all’anima, ma Beppe ha sempre risposto col dovere di testimonianza. Tetragono al dolore, tenuto per sé e confidato, talvolta, solo agli amici. Ma senza inutili querimonie. A ciglio asciutto.

Una delle ultime esperienze artistiche, realizzata a cura di Marco Brusco e della pittrice Alessia Cigliano, è stato il lavoro per la XIII Biennale di Roma, con eventi tenuti nella sua Galleria: musica, arte, umanità.

Avevamo ancora, caro Beppe, parecchio da progettare e tanto da fare. Per dirne una, resta da presentare il tuo catalogo di grafica, pronto da mesi e bloccato dal virus. È un impegno che cercheremo di onorare.

Caro Beppe, sei scomparso, ma solo fisicamente. Ero abituato a sentirti presente, ora, parlando di te, dovrò imparare a coniugare i verbi al passato. Ma sarai sempre qui, in un eterno presente.

Ci hai lasciato eredità di arte e di affetti. E un patrimonio di amicizia. Soprattutto un esempio. Nella tua decisa volontà antipedagogica, senza presunzione, ma in piena umiltà. Mi auguro che saremo in grado di tutelare la memoria del tuo valore artistico e umano. Un custodia vigile. E affettuosa. Finché avremo vita. E altri dopo di noi. 

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(foto esclusive Sandro Allegrini)

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