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Perugia in lutto, è morto 'Peppe' Occhioni: il ricordo dell'Inviato Cittadino

Con la scomparsa di Peppe Occhioni viene meno una figura di riferimento della civitas perusina. Ci conoscevamo, ed eravamo amici, fin da ragazzi, quando sedevamo sui banchi del liceo ginnasio Mariotti

Con la scomparsa di Peppe Occhioni viene meno una figura di riferimento della civitas perusina. Ci conoscevamo, ed eravamo amici, fin da ragazzi, quando sedevamo sui banchi del liceo ginnasio Mariotti. Scrivevamo sul giornale d’istituto, “Lo Zibaldone”, di cui fui anche immeritatamente direttore. Era maestro nella cosiddetta “Cronachetta”, con Lanfranco Ponziani, che faceva pelo e contropelo ai compagni antipatici o secchioni. E alle freghe che non ci stavano.

Poi gli anni dell’Università e le interminabili partite a briscola e tressette al Caffè Morlacchi di Giacchetta (foto). Quando, per sua arguta proposta, mi fu affibbiato il soprannome di “Borfus” (pronunciato ‘borfù’, alla francese) per accusarmi di una fortuna sfacciata al gioco, con le mani sempre “borfe” di carte di valore.

Fu allora che sbocciò la passione per il giornalismo. Ci vedevamo alla redazione de “Il Tempo”, a palazzo Ajò, con Scoccia, allo Studio Medici. Imparicchiava a far foto, e a destreggiarsi tra pellicole e reagenti (con Leonetto e Urbano Medici, insieme a Maurizio Moretti e Lallo Sportolari,) un ragazzo di Ponte Rio, che chiamavamo “Calimero”. Quello che è oggi Giancarlino Belfiore, Maestro di fotogiornalismo.

Tra cazzeggio e carte, si parlava di ragazze e di sport. Loro. Perché io mi interessavo di storia locale, dialetto e letteratura, ma in materia di calcio et similia ero proprio una bestia. Mentre Peppe li seguiva tutti: non solo il calcio, ma anche gli altri. Dicono che fosse pure bravo a tennis.

Quindi la laurea in giurisprudenza e l’assunzione alla Banca popolare di Spoleto, al pianterreno dello stesso palazzo. Ma non in quella sede. Peppe lavorò in giro, con profitto e competenza.

Finché un giorno si stufò. Mollò, e fu il primo a farlo, il posto in banca per dedicarsi alla professione di consulente finanziario. “È matto!”, disse qualcuno. Ma Peppe se la cavò alla grande. Gli affidai, quando lavorava per il Banco di San Paolo, il mio tesoretto di famiglia. Me lo gestì meglio che se fosse suo.

Ci si vedeva, ogni tanto, in giro. Si parlava di quel matto di Moretti che era andato a vivere nella patria di Goethe. E che aveva sposato una donna magistrato, algida e bellissima. E poi le feste di Natale per una partita a baccarat. Ci offriva il panettone e il torrone migliore. Perché sul vassoio ci metteva sempre anche un po’ di cuore. Un po’ tanto. E non si poteva dirgli di no.

Poi la vita prende il sopravvento e ciascuno per la sua strada. Ma quelle partite e quei cazzeggi restano memorabili.

Ci rivedevamo, qualche volta, dal profumiere Bottini. Proprio lì mi disse che il nomignolo di Inviato Cittadino, inventato da Nicola Bossi, mi stava a pennello. Perché di me coglieva l’aspetto di innamorato di Perugia, ma anche di uno che ama sfottere e sparare ad alzo zero su chi è in mala fede. Dicevamo, per ridere “castigat ridendo mores”, tradotto alla Totò (prende a frustate i mori!).

Nella foto in pagina manchi proprio tu. Perché stavi dietro l’obiettivo a scattare. Ma vale lo stesso come ricordo. Anzi, di più: serve a ritrovarti presente tra noi vivi.

Non sapevo che Peppe fosse malato, ma ne avevo percepito un cupo presentimento. Poco tempo fa, quando lo vidi smagrito e frettoloso. Non era il ragazzone ilare e puntuto di sempre. Mi si è gelato il sangue.

Ora vedo scritto il suo nome sugli affissi funebri. E non mi pare vero. Ciao, Peppe. Hai custodito i mie risparmi e i miei affetti. Mi hai ridato gli uni e gli altri con gli interessi. Andando a fare i conti, mi sono accorto che l’affetto e la stima erano moltiplicati per mille.

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