Il diritto alla difesa e il percorso inverso del caso Palamara: dalla polvere agli altari?

Riflessioni sulla giustizia e sul processo del magistrato perugino Giuliano Mignini, componente dei Giuristi cattolici di Perugia

Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di Giuliano Mignini, già sostituto procuratore della Repubblica a Perugia e poi in Corte d'appello prima della recente pensione, sulla giustizia mediatica, sul caso Suarez e l'esame di lingua italiana, per tornare alla centralità del caso Palamara.

"A quando la 'beatificazione' di Luca Palamara ? Me lo chiedo da un po' di tempo con crescente curiosità.

Le cronache giornalistiche indugiano, è vero, su altre vicende di tipo giudiziario, come quella dell'esame di italiano del calciatore Luis Suarez, da non confondere con il grande Luisito Suarez dell'Inter di Helenio Herrera o come la recente condanna dell'ex dirigente della Sezione Omicidi della Questura di Perugia, ma certamente, tutto si sta di nuovo concentrando su quella che si chiama "Magistratopoli", in occasione del processo disciplinare a Luca Palamara, ex sostituto romano, ex presidente dell'Anm ed ex componente del Csm e di quella che sembra essere divenuta la vicenda più importante di tutte, anche più dello stesso processo a Palamara e cioè la vicenda Davigo.

Quest'ultima ruota attorno a un quesito che sembrerebbe vitale: Piercamillo Davigo, membro del CSM ed ex componente del "Pool Manipulite", dovrà far coincidere il suo pensionamento come magistrato con l'abbandono del, al raggiungimento del suo settantesimo compleanno, mi pare il prossimo 20 ottobre o sarà possibile distinguere la sua posizione di eletto nel Csm da quella di magistrato sia pure 'a riposo', come si dice?

Andando al 'dunque', al sodo, nella sezione disciplinare relativa al caso Palamara, ci sarà o non ci sarà, sino all'ultimo, Davigo?

Ci sono giornali, come 'Il fatto quotidiano', considerati di 'sinistra', che sostengono in generale l'azione della magistratura e non ne generalizzano le mancanze e gli abusi dei singoli, ma la gran parte dei media appartengono al partito 'garantista' che, però, è ferocemente 'giustizialista' quando ci sono in ballo i magistrati.

Si tratta della triade 'Giornale, Libero, Verità' che, a prescindere dalle recenti ristrutturazioni editoriali, sono i rappresentanti mediatici, specie i primi due, di quello che possiamo chiamare il 'berlusconismo' politico e, quindi, appartengono ad un'area che viene considerata 'di destra'.

Vengono poi 'Il riformista' e 'Il dubbio', considerati di 'sinistra'.

Si tratta di un ambiente che non perde occasione per denigrare ostentatamente l'intera magistratura con espressioni sconcertanti ed indicative di un astio incontrollato e onestamente inspiegabileche.
A leggere quello che dicono della vicenda Palamara, si fa fatica a cogliere un filo conduttore razionale tanta è la veemenza delle passioni che evidentemente questi argomenti suscitano nei loro autori.

Si parla di una sorta di complotto politico che sarebbe stato ordito dall'Associazione nazionale magistrati e dal Csm, evidentemente con l'assenso (secondo loro) dei vari Presidenti della Repubblica che presiedono l'organismo e dei vari membri laici che si sono succeduti (tra questi, lo ricordo, Vittorio Bachelet, assassinato dalle BR), c'è chi parla con piglio decisionista di scioglimento dell'Anm, dimenticandosi l'articolo 27 della Costituzione e che si può procedere in via penale in tal senso, al limite, solo in forza di sentenza definitiva di condanna. Ma dov'è il processo? Si parla di potere incontrollato della 'Magistratura politicizzata', di 'partito dei pm'.

È un apoteosi di generalizzazioni. Si trasforma, non lo so, un sospetto o un'ipotesi in certezza e si attribuiscono le stesse condotte alla generalità dei magistrati. E poi si enfatizzano situazioni certo deprecabili di questo o quel magistrato o di gruppi di magistrati e si leggono tutte le variegate vicende giudiziarie nello stesso modo.

Recentemente è venuta a mancare la giudice della Corte Suprema USA Ruth Bader Ginsburg, di tendenza nettamente liberal, cioè di sinistra, nominata a vita dal presidente democratico Bill Clinton. Se non era una 'toga rossa' lei, alla maniera in cui lo si può essere negli Stati Uniti, chi lo potrebbe essere? Non aveva vinto un concorso per far parte della Corte suprema, no, era stata nominata da un Presidente democratico ed è rimasta in carica per tutta la vita. Quale potere immenso ha concentrato nelle sue mani? E ora solo la morte le ha tolto il suo posto che è stato ereditato da una giurista di opposto orientamento, nominata da un Presidente repubblicano e anche lei rimarrà in funzione per tutta la vita, a prescindere dal pensionamento. Altro che Davigo!

Si rimane sconcertati da questa approssimazione, da questa tendenza alla generalizzazione, senza un nome, una circostanza precisa. È una ricostruzione a cui si esige di prestare un assenso fideistico e basta.

Perché Luca Palamara, dopo essere stato 'linciato' letteralmente, è diventato un personaggio di cui, in un recente articolo, Vittorio Feltri ha detto essere il magistrato più onesto d'Italia? L'articolo è su 'Libero' del 21 settembre 2020.

Poi c'è ancor più esplicito 'Magistratura da buttare', apparso su 'Il riformista' qualche giorno fa in cui si elogia l'intervento di Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 20 settembre scorso che contesta il rigetto della richiesta dell'audizione di ben 130 testimoni, ridottisi perché sei sono stati ammessi, richiesta avanzata dalla difesa di Palamara.

Nell'articolo, Paolo Mieli spiega così la necessità, davvero insolita, di sentire tutti quei testimoni: 'Palamara, per difendersi, avrebbe voluto poter provare che non era il solo a compiere quel genere di manovre'. Testuale. Ovviamente il Mieli sostiene che tutta questa fretta di non ammettere 130 testimoni, sia stata determinata dalla necessità di evitare che potesse porsi il problema del pensionamento di Davigo e, quindi, della sua permanenza o meno nel Csm.

'Tutti i salmi finiscono a..   Davigo'. C'era da aspettarlo. E così, io, incolpato, per difendermi, dovrei dire: 'Perché solo io? Lo fanno tutti...'. Ve l'immaginate cosa succederebbe nei processi se l'imputato, invece di dimostrare la sua estraneità ai fatti che sono contestati a lui, potesse poter provare che quello che gli viene contestato non lo ha fatto solo lui, ma anche molti altri, al limite, tutti?

E Paolo Mieli premette che all'inizio, nel trattare il procedimento Palamara, il Csm sembrava non avere alcuna fretta. Eppure tutti sapevano che Davigo avrebbe compiuto i fatidici 70 anni il 20 ottobre 2020. E allora? Come la mettiamo?

Ma insomma. Ti sono formulate delle accuse disciplinari. Hai certo il diritto di difenderti dalle accuse che ti riguardano. Il processo è contro di te. Gli altri non possono essere processati in occasione del tuo processo. E il loro diritto di difesa che fine fa? Che 'processo' si fa contro di loro ? E quando si fa osservare che, qualora emergano altre responsabilità, si faranno i processi contro coloro che saranno emersi come possibili incolpati, si grida allo scandalo.

Ho sempre apprezzato l'equilibrio e la pacatezza di Paolo Mieli, dopo la sua esperienza di Potere Operaio ma questa volta sono rimasto sconcertato ed è lui stesso che ha ammesso che la linea difensiva di Palamara mira a questo: 'Lo fanno tutti...'.

Ormai, nella polemica 'garantistico-magistratofobica' si sono rotti tutti gli argini di razionalità e di un minimo senso istituzionale.

E qualunque tipo di decisione adottata dal Csm sarà additata come la difesa ad oltranza di una istituzione che molti, ormai, vorrebbero cancellare. A beneficio di chi?

Tutto questo mondo non vuole una seria riforma della giustizia e non vuole che la magistratura funzioni. Vuole che la surroghi la politica, anche nelle indagini, come durante il sequestro Moro coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti".

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Giuliano Mignini, magistrato in pensione

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