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INVIATO CITTADINO Pronto Soccorso dell'ospedale di Perugia, così non va

La protesta di un lettore. Le cose vanno peggio di prima. E vi spiego perché

Pronto Soccorso del Santa Maria, così non va. La protesta di un lettore. Le cose vanno peggio di prima. E vi spiego perché. Una protesta? Qualcosa di più. Una riflessione sui cambiamenti che comportano il peggioramento del servizio.La prima lamentela riguarda l’eliminazione del triage.

Perché, adesso che succede?

“Ho verificato che è stato eliminato il servizio di triage, il filtro effettuato da un operatore sanitario che raccoglieva informazioni sul problema, prendeva i parametri di base (temperatura, pressione…) ed effettuava una prima, sommaria valutazione”.

Adesso come vanno le cose?

“Mia moglie, dopo aver avuto un malessere con perdita di coscienza, mi poneva nella condizione di chiedere l’intervento del 118. Il medico, dopo aver effettuato una prima valutazione, decideva di inviarla al Pronto Soccorso”.

Cos’è accaduto?

“Nel seguire l’ambulanza ed entrando nel pronto soccorso, mi accorgevo che qualcosa era stato modificato: nella sala d’attesa, di solito sempre affollata, c’erano infatti poche persone.

Come mai?

“Dopo un po’ ho capito che facevano entrare tutti coloro che chiedevano assistenza mettendoli in attesa dietro la porta scorrevole, all’interno”.

Sottopongono, naturalmente, a tampone anti covid!

“Assolutamente NO, quindi tante persone addossate le une alle altre, in attesa di prestazioni mediche”.

Con quali tempi di attesa?

“Parliamo di ore. Persino le persone arrivate attraverso il 118. La mia consorte, su proposta del medico, veniva sottoposta a tac. Successivamente doveva attendere la consulenza neurologica”.

E intanto?

“In attesa della consulenza, mia moglie veniva ‘parcheggiata’, come tanti altri che aspettavano, su barelle o sedie a rotelle, non facendo rispettare la distanza sociale che da tempo per tutti è diventato un irrinunciabile stile di comportamento”.

La gente come reagisce?

“Mentre i pazienti debbono aspettare lo specialista (che per arrivare dal proprio reparto impiega normalmente dalle 4 alle 5 ore), gli addetti al pronto soccorso non sollecitano il loro intervento. Chi protesta viene invitato ad andare via”.

Nel suo caso, cos’è accaduto?

“Dopo oltre 5 ore, finalmente mia moglie veniva vista dallo specialista. A questo punto l’ho riportata a casa. Ho vissuto sulla mia pelle un esempio palese di come un servizio possa tradursi in disservizio”.

Quale la lezione che si può trarre da questa esperienza? Quale il confronto tra ieri e oggi?

“Io penso che prima del COVID il pronto soccorso per vari motivi era intasato e gli operatori avevano difficoltà a fornire una risposta rapida ai pazienti. Dopo il COVID, la pressione di prima è diminuita, però il disagio per i pazienti è rimasto invariato”.

Quali i motivi del peggioramento?

“Ho assistito ad un fenomeno alquanto anomalo. Oltre a non effettuare il triage, nel pronto soccorso vi sono addetti alla vigilanza privata che, in più di un'occasione, facevano da filtro, chiedendo i motivi per i quali si ha bisogno di accedere al PS”.

Un triage improprio, dunque?

“È evidente. Si fa una sorte di triage affidato a personale che dovrebbe garantire la sicurezza e non occuparsi delle problematiche delle persone che chiedono l’accesso. Chiedo all’Azienda sanitaria il rispetto della privacy, in questo caso palesemente violata”.

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