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La Chiesa cambia il Padre Nostro, c'è un 'ma' che non quadra

Il “nuovo” Padre Nostro… fondato su un errore

Il “nuovo” Padre Nostro… fondato su un errore. È notizia ufficiale che finalmente i fedeli, invocando il Padre, non diranno più “non ci indurre in tentazione”, perché – in tal caso – si finirebbe con l’attribuire a Dio un’attitudine diabolica. Dunque sarebbe corretto “non abbandonarci alla tentazione”. Tutti d’accordo.

L’errore (teologico), evidentemente, consisteva nel considerare un Dio “tentatore”. Ma anche così, almeno dal punto di vista sintattico e logico, ancora non ci siamo.

Il testo greco fa iniziare la frase che segue con la congiunzione avversativa “allà”, ossia “ma”. E la vulgata latina, coerentemente, traduce con “sed”. La logica però non quadra, in quanto non si capisce cosa ci sia di oppositivo rispetto alla battuta che precede. Insomma: da cosa ci deve liberare il Padreterno, se non possiamo cadere in tentazione in quanto non vi siamo stati esposti?

A mio modesto avviso – non di esperto in teologia o liturgia, ma di filologia – quel “ma” fa saltare tutto. Il testo greco è inequivocabile, eppure la soluzione potrebbe stare nella versione latina malamente tramandata. La cosa – come diceva un vecchio sacerdote, nel mio breve soggiorno nel seminario di Monte Morcino (l’Inviato Cittadino… quasi prete???) – starebbe nella possibile trascrizione della traduzione latina che forse recitava “nec non inducas in tentationem”, in cui – com’è noto – la doppia negazione (“nec non”) afferma. Allora tutto tornerebbe, suonando così: “Esponici alla tentazione… MA liberaci dal male”. Ecco così chiarito il senso di quel “ma” avversativo.

D’altronde, la questione delle versioni errate di preghiere e vangeli nelle lingue nazionali è vecchia come il cucco. Ricordo di averne parlato più volte con don Elio. Una delle “sviste” più famose è quella: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago…”. Ora, paradosso per paradosso, se vogliamo tenerci al buon senso, la similitudine corretta instaura un rapporto fra la stretta cruna dell’ago e una gomena, ossia un grosso canapo da ormeggio che non ci passerebbe di certo.

D’altronde è noto che “càmelos” (“cammello”), in lingua greca, scritto come “càmilos” significa “fune/nodo marinaro”. Ecco, chi ha esagerato la similitudine ha dimostrato scarso buon senso. Insomma: sparando alto (“cammello” anziché “fune”) ha tolto senso a un’immagine coerente, riconducibile all’esperienza degli uomini cui la similitudine era destinata. È vero che – come si dice – “tradurre è tradire”. Ma coi tradimenti non esageriamo.

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