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"Invito all’opera" per la Grande Classica al Borgo. In scena il poker Mogini, Beck, Ludovici e Zucchetti

Un programma di tutto rispetto che ha proposto Cilea, Mozart, Verdi, Mascagni, Donizetti… e la canzone napoletana

Da sinistra Ragni, Zucchetti, Mogini, Silivestro, Ludovici, Beck

“Invito all’opera” per la Grande Classica al Borgo. In scena il poker Mogini, Beck, Ludovici e Zucchetti.

Un programma di tutto rispetto che ha proposto Cilea, Mozart, Verdi, Mascagni, Donizetti… e la canzone napoletana (con “Torna a Surriento”), ormai assurta a pieno titolo a dignità di genere e repertorio di base per concorsi lirici.

Il pubblico è accorso a sentire una voce nata e lattata a Perugia, il soprano Chiara Mogini che, dal concorso di Spoleto, dall’Accademia del Maggio Fiorentino e dall’Accademia Verdiana di Parma, ha spiccato il volo verso i principali teatri dello Stivale. Non è difficile prevedere per lei trasferte in terra straniera. Merito a Silivestro che l’ha scoperta e incoraggiata.

Sugli allori anche il mezzosoprano australiano Carolyn Beck, con voce espressiva, occhi che parlano e spiccate dote attoriali, intrise di autoironia.

Terza fra cotante voci quella del baritono Luca Ludovici, altra scoperta di Salvatore Silivestro. Ludovici, da clarinettista è divenuto cantante di vaglia, con curriculum di lusso e attuale prestigiosa collocazione al Coro del Teatro La Fenice di Venezia.

Quarto, il tenore Alessandro Zucchetti, che abbiamo conosciuto come amico, egregio chitarrista, didatta, corista e direttore d’orchestra. Qui in veste di tenore. Dalla voce aggraziata e spigliato sulla scena. È venuto in smoking e Stefano Ragni lo dileggia con amichevole sfottò.

Al pianoforte, Stefano Ragni sul quale è inutile spendere parole. Anche perché ha un curriculum grosso come un volume della Treccani. Che dire? Stefano didatta, coltissimo affabulatore, inventore della lezione concerto. Oltre che – a mio avviso – il miglior pianista accompagnatore sulla piazza. Accompagnatore non solo al piano, ma accorto Pigmalione di tante giovani leve, tirate su a bastone e carota, ma sempre con amorevole cura, come pianticelle destinate a irrobustire e fornire buoni frutti.

Il concerto è stato una goduria. E non poteva chiudersi che col Brindisi della Traviata.

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