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Quando a Mugnano si fabbricavano i cocci. Lo racconta un libro di testimonianze a cura di Renato Vernata

L’idea di comunità si lega intimamente al mondo del lavoro, attività umana capace di fornire orgoglio e identità a un paese e ai suoi abitanti

Quando a Mugnano si fabbricavano i cocci. Lo racconta un libro di testimonianze a cura di Renato Vernata, edito dalla pro loco mugnanese. Con una prefazione a cura dell’Inviato Cittadino.

L’idea di comunità si lega intimamente al mondo del lavoro, attività umana capace di fornire orgoglio e identità a un paese e ai suoi abitanti. È questo il concetto – e lo stimolo – che deve aver ispirato il lavoro di Renato Vernata e dei suoi collaboratori. Perché di opera collettiva si tratta. Direi anzi di un “Colloquio corale”, ricordando Aldo Capitini.

Comunità non sono infatti le case, ma le persone. E il significato di “società” non è riconducibile solo a comunanza d’interessi e storia condivisa, ma si lega intimamente al termine latino SOCIETAS che significa “alleanza”: SOCIUS è dunque l’alleato, il leale e affidabile compagno di strada.

E il proposito di voler cucire frammenti di storie del passato col presente costituisce il senso profondo del volume.

Un lavoro certosino, che ha indotto Vernata a frugare nella storia e nell’identità mugnanese. Nessun antropologo, per quanto esperto, sarebbe stato in grado di entrare così a fondo nella storia della “piccola patria”, l’Heimat, come dicono i tedeschi. Ossia il territorio in cui ci si sente a casa propria perché ci si è nati, ci si è trascorsa l’infanzia, vi si parla la lingua degli affetti, si sono costruite relazioni. Infatti, questo libro  – molto più di un semplice prodotto editoriale – si è valso di contributi spontanei, sebbene amichevolmente richiesti: foto recuperate, informatori motivati, ricerche col passa parola. Insomma: è stato messo insieme intercettando un modo e un mondo che facesse sentire tutti dalla stessa parte. Alleati, appunto.

Il libro è ben fatto: precise le testimonianze degli informatori, preziosa la sezione iconografica.

Una pubblicazione che ci fa sentire orgogliosi anche della nostra lingua locale. Quando si consideri, ad esempio, che “doccio” (il dizionario Zingarelli lo dà “di etimologia incerta”) discende direttamente dal latino DUCTUS, inteso come “via d’uscita” del liquido, quale che sia.

Orgoglio – il nostro –  rinforzato dalla consapevolezza che “testaccia”, parola indicante la “coccia” o vaso da fiori, termine tutto nostro, non è altro che il discendente di TESTACEUS, ossia “fatto di terracotta” (si pensi al quartiere romano detto Testaccio, in quanto costruito su residui di cocci).

Per non parlare della “pretina” che nulla ha da spartire col prete, nel senso di sacerdote, ma si lega all’attrezzo ligneo (PRETE) biconvesso dentro cui la si metteva, brace inclusa, per PRAE-TEPIDARE, ossia “preriscaldare” le gelide lenzuola di letti, albergati dentro stanze prive di riscaldamento.

Ma torniamo al libro. Per me è stata una fonte preziosa da cui attingere informazioni che ignoravo: origini, materie prime, procedure. Un lavoro che non si fa da soli, ma che presuppone amicizia, collaborazione, socialità. Che sono poi i valori portanti di questa pubblicazione.

Così da poter dire: non tante storie, ma “una” storia ricondotta ad unità. Storia vera, intendo: quella scritta con “esse” la maiuscola.

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