La distruzione dell'ex Policlinico è ormai irreversibile... ma c'è un perugino che aveva messo in guardia, inutilmente

Vanni Capoccia lo aveva detto oltre 10 anni fa. Indirizzò una lettera all’allora Sovrintendente, sollecitando attenzione per una accorta conservazione di quei segmenti di Policlinico..

Vanni Capoccia, sociologo e defensor civitatis urbis Perusiae, lo aveva detto (e scritto) oltre 10 anni fa. Indirizzò una lettera all’allora Sovrintendente, sollecitando attenzione per una accorta conservazione di quei segmenti di Policlinico di particolare interesse storico-architettonico. Oggi – se pure con viva delusione – dichiara: “L'ho riletta dopo tanto tempo e ancora sono soddisfatto: non del risultato, ma di quello che scrissi”.

Vale la pena riportarne i passaggi salienti.

“Gentile dottoressa, tra pochi mesi l’Ospedale di Monteluce sarà interamente trasferito al “Silvestrini” e, Convento delle Clarisse a parte, del vecchio ospedale rimarrà in piedi solo la Cappella degli infermi con i dipinti di Gerardo Dottori. Cappella pensata e costruita non come elemento a sé stante, ma come parte di un complesso architettonico più ampio, al quale è collegata dal corridoio coperto, comprendente le vecchie cliniche medica, chirurgica, dermatologica e ginecologica”.

Un corridoio attraverso il quale si dipanavano accessi e collegamenti, vero?

“Proprio così. Scendendo dal corridoio, si poteva entrare in chiesa senza uscire all'aperto. Inoltre, le ampie finestre in alto consentivano, ai ricoverati più gravi, di pregare e di partecipare alle cerimonie religiose anche in carrozzina o dalla barella. Malati che, trovandosi a pochi metri dalle pitture murali (eseguite nel 1943 dal nostro Dottori), quasi potevano scambiare “un segno di pace” con i Santi della carità già nel cielo della cappella e – credo che non sia un caso – guardare negli occhi la grande Madonna degli infermi della parete d'altare.

Ma, tornando al corridoio e alla possibilità di dialogare con gli affreschi in Cappella?

“Si trattava di un intimo colloquio di grande spiritualità, un impatto emotivo forte, percepibile anche  da parte di quelli che Capitini definiva i "battezzati non credenti". Finestre  che non servivano tanto ad illuminare la Cappella (la luce entrava dalla lanterna, dai due lucernai laterali e dalle grandi croci di vetromattone) ma che contribuivano a dare densità di significato a tutta la chiesa, caricandosi delle preoccupazioni e, in non pochi casi, della sofferenza che spesso si accompagna alla malattia”. 

Invece, cos’è successo?

“La Cappella è stata conservata (ci mancava che la demolissero!) ma è stata staccata dalla parte che la collegava al resto”.

Sono stati fatti altri errori? 

“Andavano preservati il "Riccitelli" (pezzo importante di architettura “razionalista”, sanatorio per malattie polmonari), la Pediatria e l’Oculistica, tre padiglioni che, a mio parere, avevano un’alta dignità architettonica” (ne ha parlato l’architetto Mauro Monella nell’intervento pubblicato ieri da Perugia Today, ndr).

Un’ultima segnalazione, quella sulle piante.

“Il parco dell'ex ospedale era ricco di piante secolari: cedri del Libano, lecci, mandorli, olivi… giganti della natura che andavano assolutamente protetti dalle voraci ruspe dei ‘signori del cemento’. Insomma: è stato distrutto un patrimonio che andava preservato!”.

Concludendo?

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“Non credo di essere una di quelle persone che hanno una visione contemplativa dei beni artistici, naturalistici e ambientali, ma l'ex ospedale di Monteluce è stato un luogo del dolore il cui futuro andava pensato con grande rispetto. Senza rimuovere il suo passato, ma guardandolo, innanzi tutto, con l'occhio, il cervello e il cuore della gente comune, legata alle memorie cittadine”.

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