INVIATO CITTADINO Maggio, i detti e le tradizioni perugine

Siamo nel mese di maggio e ne spieghiamo i detti e le metafore in perugino

PIANTÀ MAGGIO di Marco Vergoni

Siamo nel mese di maggio e ne spieghiamo i detti e le metafore in perugino.

Piantare il maggio equivaleva, un tempo, a interrare un ramoscello fiorito davanti alla casa dell’innamorata. Ma il senso certamente più malizioso e allusivo è quello di fare discorsi e atti d’amore. O, addirittura, unirsi sessualmente.

Quella di “piantare il maggio” era una tradizione antica e diffusa in tutta Europa: era usuale – la notte fra l’ultimo giorno di aprile e il primo di maggio – piantare rami, appoggiare mazzi di fiori, posizionare giovani alberi nelle piazze dei villaggi o davanti alle case, e in particolare davanti alla porta o alla finestra della fanciulla che si voleva corteggiare.

Ovviamente, il primo maggio si celebrava anche un rito di fecondità legato al risveglio della natura, alla sessualità anche animale, oltre che al ricordo di antichi culti degli alberi.

Nel corso del Seicento, la Chiesa si adoperò per trasformare in senso religioso il significato di certi riti: così l’omaggio a una fanciulla terrena, si trasforma in quello alla vergine Maria, creando le festività mariane del mese di maggio.

Un detto recita: “Ce se sposa de maggio perché è l mese di somèri”. Il riferimento è tanto all’accoppiamento degli asini quanto all’“asinità” dell’uomo che decide di sposarsi.

“Piantà maggio” vale dunque “accoppiarsi”. Come “cercà maggio” (equivalente dell’attuale “cercà ruqla”) sta per “cercare avventure amorose”. Si sente anche “andà a sitone”, come se si trattasse di un cane da caccia attirato dall’odore della selvaggina.

Per invitare qualcuno a sbrigarsi, si dice “dàje, cocco, che anche de maggio se fa notte!”.

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Si definisce “maggio” anche il fiore giallo della ginestra, utilizzato per l’infiorata del Corpus Domini.

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