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Rosario Livatino, magistrato e martire, il pm Mignini: "In vita subì attacchi ingiusti e calunniosi"

L'esempio umano e professionale "sia per la magistratura come ideale da perseguire e serva all'Italia per riprendere con ancora maggior vigore la lotta contro tutte le mafie"

Cade proprio a proposito la beatificazione di Rosario Livatino, il magistrato ucciso dalla "stidda" agrigentina il 21 settembre 1990 mentre da Canicattì si stava recando al suo luogo di lavoro, il Tribunale di Agrigento.

È, a quanto ne so, il primo magistrato Beato che si registri in Italia.

Oggi su giornali, televisione e dibattiti politici, i magistrati sono squalificati e presentati come irresponsabili, arroganti, insensibili ai diritti della collettività e in particolare degli indagati e imputati e chi più ne ha più ne metta. Basta scorrere certi titoli di giornali che ritengono di difendere personaggi politici e imprenditoriali dalle inchieste giudiziarie, cercando letteralmente di distruggere l'intera magistratura o almeno di paralizzarne l'azione. Generalizzare il discredito e colpire anche tutti quei magistrati che, con sacrifici e rischi personali, svolgono in maniera indefessa il loro lavoro al servizio della collettività. Questo è ciò che caratterizza chi osteggia oggi il potere giudiziario.

E invece, in quella categoria vilipesa e calunniata da "Il Giornale", "Libero", la "Verità", "Il dubbio" e "Il riformista" si nasconde, da oggi, un Santo, destino di Rosario. Chissà come commenteranno questa notizia?

Livatino è Beato e Martire della Chiesa cattolica perché ucciso e colpito addirittura al volto "in odium fidei", proprio per l'attività svolta come magistrato.

Eppure, anche lui, benché fosse irreprensibile da tutti i punti di vista, anzi, forse proprio per questo, subì attacchi ingiusti e calunniosi durante la sua vita, subì attacchi al suo onore e al suo prestigio prima di essere colpito a morte.

Cito, tra i tanti episodi, l'epiteto sprezzante di "giudice ragazzino" rivoltogli dall'ex presidente Francesco Cossiga che, infastidito dall'azione del magistrato, cercò di minarne il prestigio nel momento in cui Rosario stava investendo settori che costituiscono il "nervo scoperto" di un certo ambiente di potere italiano e in particolare la criminalità dei "colletti bianchi".

Quando ciò accadeva, Cossiga, forse il più intelligente certo, della classe politica italiana, rispolverava la sua acutissima vena polemica e la sua proverbiale tendenza gerontocratica e infieriva contro il "malcapitato" con la malcelata sicurezza e presunzione di chi si sente il "vero potere" come il Marchese del Grillo con il suo "io so' io, tu non sei un...".

Cosa direbbe oggi Cossiga? Il "giudice ragazzino" è Beato e Martire della Chiesa cattolica, un traguardo che difficilmente Cossiga potrà raggiungere.

Che l'esempio di Rosario Livatino serva all'opinione pubblica per inaugurare un atteggiamento più giusto verso i colleghi in vita di questo Santo, serva alla Magistratura come ideale da perseguire e serva all'Italia per riprendere con ancora maggior vigore la lotta contro tutte le mafie che, anche se si ammantano di orpelli religiosi, sono il più implacabile nemico della Chiesa cattolica.

Giuliano Mignini, magistrato in pensione e consulente antimafia della Camera dei Deputati

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