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Perugia in lutto: è morto Alviero Bigi, figura storica della ristorazione

La sua tavola prevedeva prodotti artigianali: tagliatelle con sfoglia fatta a mano, arrosti di polli, conigli, piccioni. Tutta roba cucinata secondo la tradizione contadina

Scompare Alviero Bigi, figura storica della ristorazione perugina. Una vita al servizio della cucina, che curava personalmente, secondo le linee portanti della tradizione. Ma era anche un convinto sostenitore della creatività e della sperimentazione tra i fornelli.

Aveva lavorato al Brufani, ma prima era stato dipendente di Vitalesta, di Falsetti e poi di Piselli quando – eravamo alla metà degli anni Ottanta – si mise in proprio aprendo, a Ponte della Pietra, un ristorante che fece storia. Era specializzato nei buffet di dolci: ne faceva delle magnifiche tavolate che poi lasciava alla libera consumazione dei clienti.

Fu tra i primi a esercitare attività di catering e banqueting, ossia la completa organizzazione dell’evento, matrimonio o meno che fosse.

La sua tavola prevedeva prodotti artigianali: tagliatelle con sfoglia fatta a mano, arrosti di polli, conigli, piccioni. Tutta roba cucinata secondo la tradizione contadina.

“Bigi proveniva da una famiglia umile e da piccoli andavamo insieme a pascolare le pecore”, ci racconta il poeta perugino Nello Cicuti che gli fu amico e vicino di casa.

Quella struttura, compreso l’esterno, Alviero l’aveva in parte costruita da solo. “Non gli metteva pensiero – racconta Cicuti – salire sul trattore, prendere in mano mattoni e cazzuola e darsi da fare”. Una mente vulcanica, una formidabile resistenza al lavoro. Che non gli è mai pesato.

Il successo lo aveva portato a ricoprire ruoli significativi, come quello di presidente della Unione regionale cuochi umbri. Gestiva l’azienda a livello familiare e, all’occorrenza, si valeva del lavoro di alcuni collaboratori. Non si arrendeva alla pensione, sebbene fosse ormai giunto alla soglia degli ottanta.

Aveva collaborato col TG3 dell’Umbria (dentro “Buongiorno, Regione”) con la rubrica “La storia nel piatto” in cui proponeva le ricette tradizionali, sempre con l’uso di ingredienti di qualità appartenenti al territorio. Nel 1988 aveva ricevuto il titolo di Cavaliere della Repubblica. Era il giusto riconoscimento al suo impegno e ne andava fiero.

Organizzava cene accompagnate da serate danzanti. Per offrire ai clienti momenti di svago e convivialità fortemente attrattivi. Anche la sera in cui fu colpito dal male che lo ha portato alla fine (alla vigilia di Natale) stava in cucina, fedele alla sua missione di servire al meglio una clientela assidua e fidelizzata. La morte lo ha rapito nel suo ambiente elettivo, tra i fornelli. Forse, preso com’era dal lavoro, non se ne sarà nemmeno accorto.

Con Alviero scompare un ristoratore d’altri tempi che aveva saputo perfettamente adattarsi alla modernità. Senza rinunciare all’orgoglio di una rigorosa fedeltà a se stesso.

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