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L'epopea dei Templari e il rogo dell'ultimo Gran Maestro nel libro del professore Gaetano Mollo

Un romanzo storico ripercorre la storia dell'ordine monastico-cavalleresco e la morte di Giacomo de Molay

Gli archivi sono ricolmi di documenti e di storie, di curiosità e di eventi ancora da raccontare. Per chi ha dimestichezza con la penna e la lingua, sapendo muoversi tra documenti, realtà e fantasia, utilizzare questa fonte inesauribile di spunti, può dar luogo ad un romanzo, ad un saggio storico e, a volte, anche ad uno scoop giornalistico.

Il professore Gaetano Mollo è avvezzo alla ricerca, alla saggistica e al racconto, di cui qui vogliamo ricordare, tra la sterminata bibliografia “Ramoso”, una fiaba per adulti, e il romanzo storico “Il sindaco”. Proprio partendo dalle ricerche per questo romanzo, dedicato alla figura di un antenato, sindaco di Cosenza, nasce lo spunto per questo volume: “Al rogo. L’ultimo Gran Maestro dei Templari” (edizioni Il Cerchio). La storia di Giacomo de Molay è narrata con taglio personale, frutto della riflessione sulle letture private e “alla luce di una soggettività empatica d’autore”. Nulla d’inventato, tutto documentato, solo che viene raccontato, narrato sull’onda della fantasia linguistica. Una lettura che ci fa incontrare Giacomo de Molay e l’ordine Templare, Filippo il bello re di Francia, papa Clemente V, delle Crociate (o del pellegrinaggio armato) e di quell’esperienza unica che furono gli ordini monastico-cavallereschi.

E siccome “tutto ciò, in fin dei conti, non è altro che un parlare, attraverso di lui (riferito a de Molay, ndr), di noi stessi”, lasciamo parlare direttamente l’autore, il professore Gaetano Mollo.

Di libri sui Templari ce ne sono moltissimi, tanti di pregevole fattura e di storici eccellenti, troppi che guardano ad aspetti diciamo leggendari. Perché un libro sui Templari e sull’ultimo gran maestro?

“La storia dei Templari mi ha sempre attratto. La vita come missione e l’ospitalità dei pellegrini sono, in realtà, due atteggiamenti che ho assimilato dall’impegno e dalla disponibilità di mio padre. Mi regalò lui dei “soldatini” templari. Si impegnava molto per gli altri e ci lasciò all’età di 43 anni. A 11 anni mi sentii investito del suo impegno, che scoprii più tardi avergli meritato il titolo di ‘Cavaliere del lavoro’ (attestato firmato da Gronchi e da Segni nel 1956) e di ‘Commendatore della Stella al merito’. Il fatto di aver voluto scrivere un libro sull’ultimo Gran Maestro dei Templari è stato mosso da quanto ho trovato nel ‘libro dei privilegi’ del regio Archivio del Regno di Napoli, del 27 ottobre del 1615 – dove, oltre all’attribuzione di ‘familiari e commensali’ di Sua Maesta il Re, si può leggere che ‘tra l’altri Huomini illustri di questa Fameglia vi è stato Religiosus vir Frater Iacobus Molli Generalis Magister Sacrae Domus Militiae Templi, ut dicitur in regio Archivio regni Neapolis 1299&1300. Litera D, folio 169’”.

Più che un saggio storico, il suo libro appare come un grande racconto di storia, quasi un romanzo, come nasce l’idea di scrivere questo libro?

“Questo è un vero scoop! L’idea mi è sorta, avendo scoperto - durante le ricerche documentarie per scrivere un libro su di un mio antenato (Il sindaco, Pellegrini, Cosenza 2011), sindaco di Cosenza a 29 anni nel 1808 e poi presidente dell’Accademia cosentina e della Provincia della Calabria Citeriore, nonché collaboratore di Gioacchino Murat e di Ferdinando II – la storia di un certo Ugone Mollo, originario di Siena, che nel 1276 seguì Carlo I d’Angiò nella sua discesa verso il Sud, nominato dal re ‘primo responsabile delle zone montuose del Regno di Napoli’. Giacomo era uno dei suoi figli. Capite bene che tentazione di scriverci un romanzo storico, con un pregnante risvolto psicologico, ambientato in un’epoca ricca di eventi, dalle crociate, ai rapporti fra Chiesa, Regni e Impero, compreso lo scontro per il potere fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello! A tale scopo, non facendo di professione lo storico, mi sono documentato con una trentina di testi, avvalendomi anche del consulto di una storica di settore, quale Sonia Merli”.

Lei scrive che ha cercato di ricostruire “sensazioni, sentimenti e pensieri”, più che i documenti ha voluto far parlare gli uomini, i protagonisti? Prefazione di Philippe Josserand e stimolo a scrivere di Barbara Frale, com’è stato cimentarsi con l’Ordine del Tempio, considerando anche il grande successo, nel passato dei romanzi di Maurice Druon sulla maledizione di Jacques de Molay?

“Philippe Josserand ho avuto modo di sentirlo alla sala dei Notari nell’autunno del 2019, in occasione di un convegno sul Medioevo, dove presentò un suo ultimo documentatissimo e corposo libro dal titolo “Jacques de Molay (Les Belles Lettres, Paris 2019). A lui devo una bellissima prefazione, dove confessa che la lettura del libro ‘ha toccato lo storico, ma anche l’avido lettore di romanzi’, grazie ad ‘una comprensione intuitiva, sensibile, vibrante e personale’, dove ‘la visione che ci viene presentata non appartiene a uno specialista ma a un creatore e può affrancarsi dalla storia senza smettere, tuttavia, di rivendicare la verità, perché essa mira all’interiorità, dove in ultima istanza si trova e ci richiama tutti a voltarci verso noi stessi’. A sua volta, Barbara Frale mi ha sollecitato, nel sollecitare la produzione di romanzi sui Templari, per rendere un ‘servizio alla cultura’, col suscitare l’attenzione del grande pubblico”.

Ultima domanda: le ricerche storiche sui Templari conducono in una direzione, il Templarismo da tutt’altra parte, che ne pensa e lei dove si posiziona?

“Una quindicina di anni or sono – quando non avevo ancora avuto sentore del ‘libro dei privilegi’, né tanto meno era sorta l’intenzione di scriverci un libro – fui molto volte invitato a partecipare all’attività di un’associazione di Templari attuali, che facevano molti dei loro incontri presso la chiesa di Fra Bevignate, a Perugia. Partecipai e m’interessò, ma mi occupavo di molte attività accademiche e tante altre aggiuntive e mi fermai lì. Personalmente penso che la storia di un Ordine cavalleresco, come quello dei Templari, vada intesa come un fenomeno storico, che può richiamarci a dei valori, ispirarci a dimensioni di vita, elevarci nei nostri ideali, essere rievocata per trarne profitto: mai per ripeterla o riproporla nostalgicamente. Fondamentalmente, credo a quanto sostiene Philippe Josserand, nel sostenere che Jacques de Molay accettò di farsi bruciare sulla pira, per tramandare e preservare nel tempo avvenire la memoria del Tempio. Questa memoria è cultura, testimonianza di valore, richiamo etico e imprescindibile coscienza storica”.

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