Mercoledì, 16 Giugno 2021
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La natura che ci circonda e l'animo umano spiegati con il dialogo filosofico e il linguaggio matematico

Sauro Pellerucci torna sugli scaffali con un volume intimo che affronta il tema di Dio, del destino, dell'uomo e delle sue capacità di incidere nel mondo

Sauro Pellerucci vuole conoscere l’animo umano, perlustrare la natura e il mondo e lo fa utilizzando gli strumenti espressivi più adatti: il dialogo filosofico e il linguaggio matematico.

Nel libro “Dialoghi e Monologhi. Chiarissimi silenzi” si gioca tutto sul tempo e sullo spazio. Del tempo se ne parla in forma filosofica, puntando sulla qualità dello stesso nella vita dell’uomo; ma diventa matematica quando lo si affronta come speculazione in relazione alla quantità e ne rapporto costi-benefici, domanda-offerta, trascendendo nell’economia.

Anche se non è questo il tema principale del libro. Le pagine ruotano attorno alla ricerca di Dio, sia come ipotesi della sua esistenza sia come prova della sua in-esistenza; entrambe non provate e non confutabili, perché nessuna delle due vince sull’altra. A meno che non si punti tutto sull’amore: chi crede vede nel creato la dimostrazione dell’amore di Dio; chi non crede vi percepisce l’insistere di un meccanismo fisico, in cui tutto avviene in sottomissione al caso, ma i cui fenomeni sono dettati da regole matematiche.

Già, il caso: per i primi non esiste perché tutto rientra nel piano di Dio, cambia solo la scelta dell’uomo; per gli altri il caso governa il mondo, tra opposti, alternati e contrapposti. La matematica ne regola solo gli effetti, non crea i presupposti. O almeno così appare a chi non conosce a fondo la matematica, la geometria, il disegno architettonico dell’universo.

Il libro di Pellerucci gioca sul continuo confronto dialettico, oppositivo, ma non manicheo, tra avversi che si attraggono e divergono, su punti di vista diversi che mirano, entrambi, alla ricerca, senza sincretismo, dell’unità, senza infingimenti, senza aver paura di esprimere giudizi.

Tesi, antitesi e sintesi si contrappongono a postulati, dimostrazioni e passaggi per risolvere una difficile equazione per raccontare gli uomini e le cose che vivono sotto lo stesso cielo.

L’intelletto sospende ciò che la ragione non può accettare, dice il non credente; ma il metodo scientifico basta a riconoscere tutto ciò che governa la vita dell’uomo? Per l’autore non può bastare e allora la scienza, la geometria, la matematica, assurgono ad un valore più alto: non create, ma creatrici dell’universo e dell’uomo.

La materia, però, è finita come l’uomo; la materia partecipa dell’universo, ma questo è finito o infinito? La chiave è nell’uomo che apprende e padroneggia le scienze. Una sorta di neo-umanesimo che vede l’uomo al centro della realtà che contribuisce a creare.

Anche qui si partecipa del dialogo tra fede e scienza, tra chi vede la bellezza del Creato e giunge a Dio, comprendendo che l’uomo è figlio amato, e chi vuole comprendere e tradurre il linguaggio matematico della natura per comprendere Dio o per affermare che Dio non esiste ed è l’uomo che maneggia la matematica a divenire Dio.

Se in filosofia e nella storia delle religioni compare spesso il parallelo Dio-uovo, principio fecondo e creatore, nella scienza, secondo l’autore, è il cubo la struttura che basta a se stessa e che racchiude l’intero, i cui numeri trasfigurano nella cabala e nel suo significato esoterico.

Tutto si gioca, così, sull’uomo che si trova di fronte ad un bivio e deve compiere una scelta obbligata: innalzare l’animo fino al divino, concependo la salvezza come un intervento che proviene dall’esterno; oppure accettare l’ipotesi che, come Prometeo nella sua continua ricerca della libertà e della scienza, la salvezza sia già dentro l’uomo.

Uomo fabbro della sua fortuna per l’illuminato, ma anche per il credente che accetta la sua condizione di figlio e confida nel Padre. Dimensione divina per il primo, figlio e creatura di un Dio Padre benevolo per il secondo.

Fede e scienza. Dio creatore con il pensiero e numeri binari, creatori di altri numeri e di nuovi universi. Un modo per forgiare, ancora una volta, un Dio a propria immagine in contrapposizione all’uomo che crede di essere lo specchio di Dio.

E si torna al giardino dell’Eden e al peccato originale, dove i piani si confondono e si richiamano, nel finale, tra superbia e desiderio di conoscenza, con l’immagine dell’uomo che vuole farsi Dio senza sapere che la sua condizione paradisiaca lo rende molto più simili a Dio che dopo la cacciata. E torna anche il cubo, nuovo Eden creato dall’uomo, capace di rifiutare la natura divina dell’essere creato, già insita in sé, accettando di farsi creatore di se stesso, padrone del suo destino e delle sue fortune.

Mentre scorrono le pagine e ci si avvia alla conclusione resta un’ultima domanda: l’uomo è creato da Dio o Dio è un’idea generata dall’uomo?

L’autore avanza più di una ipotesi, una certezza, con uno svelamento che arriva pagina dopo pagina, dialogo dopo monologo, fino al silenzio conclusivo. Sta al lettore accettare o rifiutare tale scelta.

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