"La chiesa della Macerie": la ricostruzione della memoria alla Biennale di Venezia

Il progetto di ricerca Artquake dell'Università degli Studi di Perugia per superare il terremoto. Belardi: “Chiunque, in futuro, toccherà quelle pietre, non potrà non pensare al passato”

Arte, architettura e design per risorgere dal terremoto del 2016, per superare l'emergenza, per unire ciò che è rotto e per non dimenticare mai. Come spiega Paolo Belardi, professore ordinario di “Composizione architettonica e urbana” nel Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale, presidente del Corso di laurea in Design e responsabile scientifico del progetto di ricerca Artquake, “l’Università degli Studi di Perugia sarà presente alla “17esima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia” (29 agosto- 29 novembre 2020), titolata How will we live together? e curata da Hashim Sarkis, (preside della “School of Architecture and Planning” del “MIT-Massachussetts Institute of Technology”), con due contributi video”.

Il primo “dedicato a una rassegna delle migliori tesi a carattere progettuale discusse negli ultimi anni nel Corso di laurea in Ingegneria edile-Architettura e contrassegnate dalla vocazione a costruire nel costruito”, il secondo “dedicato agli ultimi esiti del progetto di ricerca Artquake, concepito in sinergia dall’Università degli Studi di Perugia con l’Accademia di Belle Arti ‘Pietro Vannucci’ di Perugia”. I due contributi “saranno visibili all’interno del Padiglione Italia, la cui curatela è stata affidata ad Alessandro Melis (direttore del “Cluster for Sustainable Cities” nella “University of Portsmouth”), che ha lanciato una call sulle comunità resilienti”.

Sul tavolo c'è anche la ricerca. Il nome? Artquake. Il gruppo di ricerca, coordinato da Paolo Belardi, è composto da Simone Bori, Matteo Scoccia, Filippo Ferro, Andrea Ficara, Felice Lombardi, Giovanna Ramaccini ed Elvisio Regni: “Le recenti catastrofi, tanto causate dalla natura quanto causate dall’uomo, come ad esempio le guerre, hanno posto all’attenzione della comunità scientifica internazionale un vocabolo fino a poco tempo fa specialistico, quale resilienza, il cui significato originale, legato all’ambito metallurgico, indica la resistenza che un materiale esprime quando viene sottoposto a un test di rottura dinamica. Ma anche un vocabolo che, se esteso all’ambito psicologico, identifica la capacità, espressa da un individuo (o da una comunità), di reagire positivamente a un evento traumatico”. Dalla resilienza all'estremo Oriente: “Il che - spiega Belardi - evoca il senso più profondo dell’antica pratica artistica giapponese del kintsugi (letteralmente “unire con l’oro”), in cui i frammenti di ceramiche rotte vengono ricomposti mediante colla vegetale e polvere d’oro, in modo da restituire nuovo senso alla vita dell’oggetto tramite l’inserimento di un materiale prezioso volto a rimarcare la trama delle fratture. Traendo ispirazione da questa sofisticatissima forma d’arte, il progetto di ricerca Artquake si è proposto di valutare gli esiti che l’arte, l’architettura e il design, al pari della saldatura aurea negli oggetti frantumati, possono apportare negli ambiti devastati dalle catastrofi”. 

Il progetto di ricerca Artquake, spiega il professor Belardi, “è nato quattro anni fa, proprio a Venezia e proprio in occasione della Biennale di Architettura”. E ancora: “Quando la mattina del 30 ottobre 2016 l’Umbria sud-orientale è stata investita da un forte evento sismico, che nel giro di pochi secondi ha cancellato secoli di storia, radendo al suolo decine di edifici chiesastici tra cui la Basilica di San Benedetto a Norcia e intere frazioni tra cui l’abitato di Castelluccio, io mi trovavo nella città lagunare insieme ai miei studenti: tanto dell’Università quanto dell’Accademia, di cui all’epoca ero direttore. Quella Biennale era particolarmente coinvolgente, ma noi avevamo la testa altrove. Tornando, parlai a lungo con gli studenti, dibattendo sull’utilità del contributo dell’arte, dell’architettura e del design di fronte all’emergenza e, in particolare, di fronte ai disastri causati dalle calamità naturali: frane, inondazioni, terremoti”.

E il punto è che c'era da salvare anche qualcosa di immateriale: l'identità di quel pezzo di Umbria travolta dal sisma. Ricostruire per ricordare. “Eravamo tutti consapevoli della necessità di guardare da subito oltre l’emergenza – racconta Belardi - . Tanto che, quando riprendemmo le attività didattiche, insieme con alcuni colleghi cominciammo a lavorare alla valorizzazione artistica del paesaggio post-sismico. Adottando un metodo strutturalista, riconoscemmo tre componenti fondamentali, le opere provvisionali, le rovine, le macerie, da cui ripartire per ricostruire la storia con gli stessi detriti della storia: non solo per ricostruire luoghi, ma anche e soprattutto per ricostruire identità. Perché, così come proclamato dall’antropologo Vito Teti, le ricostruzioni non devono cancellare il passato, ancorché rovinoso, ma devono fondare la propria rigenerazione su ciò che resta”.

Dal tema delle macerie e delle rovine lasciate dal terremoto sono nati due progetti di ricerca. Il primo “titolato Giardino della memoria e dedicato al tema delle rovine, ha portato all’ideazione di uno spazio recinto volto ad accogliere le vestigia storico-artistiche delle località umbre maggiormente danneggiate dal terremoto: Norcia, Castelluccio, Preci e i comuni della Valnerina”. Il secondo, “dedicato al tema delle macerie, ci ha portati prima a realizzare l’installazione Canapa Nera, che ha rappresentato la Regione Umbria nell’ambito della “Milano Design Week 2018”, utilizzando 120 macerie prelevate nell’ex cava di Misciano, e poi a concepire un’idea progettuale volta a superare l’eterna diatriba tra ricostruire dov’era e com’era e ricostruire né dov’era né com’era”.

Ed è qui, nel mezzo della diatriba, che s’incunea “il progetto di ricerca Chiesa delle Macerie, promosso in sinergia con l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione della Regione Umbria, l’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia e la società Management Capital Partner di Firenze” sottolinea il presidente del corso di laurea in Design dell'Unipg. Cioè, aggiunge, “abbiamo immaginato di ricostruire la chiesa della Madonna di Cascia dov’era e con ciò che c’era”.

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Ecco la genesi e il “cuore” della Chiesa delle Macerie. “La Chiesa della Madonna di Cascia - racconta Belardi - era un piccolo edificio votivo, costruito dai Nursini alla fine del Quattrocento a valle della Porta Meggiana per celebrare la pace stipulata con i rivali Casciani al termine dell’ennesima guerra tra i due campanili. Era una chiesa frequentata con assiduità da una folta schiera di fedeli devoti, ma oggi, a seguito del sisma del 2016, è ridotta a un ammasso irriconoscibile di macerie su cui è deposta tragicamente la copertura”. Da qui in poi intervengono i ricercatori: “Poiché il tema della ricostruzione, oltre quello di ricostruire luoghi, è anche e forse soprattutto quello di ricostruire identità, abbiamo prefigurato un vero e proprio landmark – sottolinea Belardi - : nuovo, perché previsto realizzato interamente in carpenteria lignea antisismica, ma al contempo anche antico, perché previsto rivestito con un sudario fatto con le macerie (architravi lignei, coppi laterizi e soprattutto pietre calcaree) che oggi giacciono a terra senza vita. Una scultura abitabile ispirata in parte alla Porziuncola di Assisi, per l’acutezza delle falde, e in parte alla Santa Casa di Loreto, per la levitazione della muratura, che è stata intitolata ‘Chiesa delle Macerie’, ma che avrebbe potuto benissimo essere intitolata ‘Chiesa della Memoria’. Perché chiunque, in futuro, toccherà quelle pietre, non potrà non pensare al passato, trasmutando alchemicamente le macerie in memoria identitaria”.

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